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Aborto, la Corte Suprema lo impone al Texas

Lunedì 27 giugno la Corte Suprema federale di Washington ha cassato una importantissima legge antiabortista vigente in Texas. Di fatto è la conclusione perfidamente coerente di ciò che venne iniziato nel 1973 legalizzando l’aborto attraverso una sentenza.

Corte Suprema

Lunedì 27 giugno la Corte Suprema federale di Washington ha cassato una importantissima legge antiabortista vigente in Texas pronunciandosi con un verdetto di 5 a 3 nel caso Whole Woman’s Health v. Hellerstedt. La maggioranza liberal che governa il tribunale supremo degli Stati Uniti (Stephen Breyer, Ruth Bader Ginsburg, Sonia Sotomayor, Elena Kagan e il cattolico ondivago che vota cronicamente dalla parte sbagliata Anthony Kennedy) ha sconfitto la minoranza conservatrice (il presidente John G. Robert, Clarence Thomas e Samuel Alito) in un’assise ancora sottorganico (i giudici supremi debbono infatti essere 9) dopo la scomparsa di Antonin Scalia (1936-2016) che ancora non è stato sostituito.

L’antefatto. Dopo il caso terribile della “casa degli orrori” di Filadelfia in cui il “medico” Kermit Gosnell praticava aborti da macellaio e infanticidi, e altre rivelazioni grevi sull’“industria dell’aborto”, il 18 luglio 2013 l’allora governatore dello Stato del Texas Rick Perry apponeva la firma a una legge che imponeva 1) il divieto di praticare aborti dopo la 20esima settimana di vita dei feti, 2) ai centri dove si praticano gli aborti di aderire strettamente alle norme di sanità cui sono tenute le strutture ambulatoriali di day-hospital e 2) ai medici che operano aborti in detti centri di garantire, in caso di necessità (cioè spessissimo), il ricovero d’urgenza delle madri negli ospedali in cui essi svolgono la propria attività professionale che pertanto debbono essere ubicati entro le 30 miglia.

Dato che solo un pugno dei centri abortisti attivi in Texas erano in regola con le norme sanitarie vigenti per i day-hospital, 23 su 42 hanno dovuto chiudere i battenti (e altri 13 avrebbero fatto presto la medesima fine se la Corte Suprema non fosse intervenuta) grazie a quella legge – Texas House Bill 2 – che pure rimaneva entro i parametri di quanto stabilito nel 1992 dalla Corte Suprema federale a conclusione del caso Planned Parenthood v. Casey (la massima inversione di rotta legislativa da quando nel 1973 la sentenza Roe v. Wade legalizzò l’aborto americano) con una sentenza che tra l’altro consente alle assemblee legislative degli Stati dell’Unione nordamericana di varare norme che limitino l’aborto a patto che ciò non imponga un «onere eccessivo» alle donne. Quando il 25 giugno 2013 la proposta di legge era in discussione al Senato – Texas Senate Bill 5 – i media del mondo si concentrarono non sui feti innocenti abortiti, non sulle vite umane che si sarebbero potute salvare, ma sulla senatrice del Partito Democratico Wendy Davis (pro aborto, pro LGBT, pro cannabis), la quale, nel tentativo di far scadere il tempo utile per l’approvazione, fece ostruzione con un intervento in aula di 11 ore senza, per regolamento, potersi né sedere né appoggiare al desco (nemmeno toccarlo) né bere né mangiare (neanche una caramella) né interrompere per alcun motivo né divagare. La Davis divenne celebre per avere affrontato la “maratona della morte” indossando scarpe rosa da ginnastica e un busto di sostegno che le facilitassero il mantenimento della posizione eretta per lungo tempo, ed evitando l’uso della toilette grazie a un catetere collegato mediante un tubo a una tanica gonfiabile fissata a una gamba e nascosta sotto il vestito. I particolari li ha raccontati lei stessa in un proprio articolo. (La Davis riuscì nell’intento, ma la proposta di legge fu approvata sul filo di lana nella seduta successiva).

Nel 2014 però la Corte d’Appello del Quinto Circuito federale ha sostenuto l’incostituzionalità della legge del Texas proprio affermando che le sue restrizioni violano la clausola dell’«onere eccessivo» stabilita dal caso Planned Parenthood v. Casey e dunque si è arrivati davanti alla Corte Suprema di Washington. La quale, emettendo la sentenza in tema di aborto più importante dal 1992, cancella ora una delle leggi che più hanno salvato vite umane e stabilisce un precedente gravissimo. Sancisce infatti che, qualunque cosa una legge statunitense affermi, un giudice può fare di essa ciò che vuole.

Di fatto è la conclusione perfidamente coerente di ciò che venne iniziato nel 1973 legalizzando l’aborto attraverso una sentenza (tra l’altro basata su un falso episodio di stupro) che pretese di leggere “tra le righe” della Costituzione federale statunitense un inesistente “diritto alla privacy” costato nel tempo 60 milioni di morti ammazzati ancora nel grembo della madre.

Lo dice espressamente il giudice Thomas, estensore del parere di minoranza.Siamo giunti al punto, scrive, «[…] in cui la “legge, [..] ha qualsiasi applicazione ulteriore». Una situazione d’illegalità che Thomas denuncia citando parole famosissime del defunto Scalia. Come osserva un lungo e anonimo (dunque autorevole) parere di The Wall Street Journal del 29 giugno, «detto senza mezzi termini, i pareri dissenzienti di Thomas e di Samuel Alito accusano la maggioranza di manipolare i precedenti stabiliti dalla Corte Suprema per gestire i diritti che più sono graditi ai politici liberal e delegittimare le rivendicazioni dei loro oppositori». Nel suo parere, il giudice Alito descrive l’azione della Corte Suprema come il «[…] bombardamento a tappeto delle leggi dei singoli Stati», ovvero l’unica risorsa legale a disposizione per temperare, tamponare, attutire gli effetti devastati di leggi criminali come quelle che nel 1973 hanno legalizzato l’aborto. Oggi il Texas, domani chiunque. Una rivoluzione totale implementata da una Corte Suprema che – commenta sempre The Wall Street Journal – invece di arbitrare sceglie il vincitore. Per le stesse ragione, quando, il 26 giugno 2015, la Corte Suprema cancellò le legislazioni vigenti degli Stati dell’Unione legalizzando il “matrimonio” omosessuale Scalia parlò di «[…] minaccia alla democrazia statunitense». Un anno dopo il golpe è stato realizzato.