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Aborto: non pagano i colpevoli ma chi li smaschera

Il processo paradossale agli uomini che hanno rivelato le atrocità del colosso degli aborti americano Planned Parenthood: gli Stati si muovono a favore della vita, ma il sistema della morte è così radicato da condannare chi ha colpito il business abortista e la compravendita degli organi di bambini.

Planned Parenthood

Perseguitato dai giudici per aver fatto emergere la verità sul traffico di organi e tessuti di bambini abortiti negli Usa, mentre i responsabili degli scandali continuano tranquillamente ad operare. David Daleiden, l’attivista pro-life di 28 anni che nel 2015 aveva pubblicato una serie di video girati di nascosto per far venire alla luce le pratiche aberranti della multinazionale abortista Planned Parenthood, è stato condannato a pagare assieme ai suoi due avvocati una multa di oltre 195 mila dollari. L’ordine è stato emesso il 31 agosto dal giudice federale William Orrick, che a luglio aveva accusato i tre di oltraggio alla corte per aver diffuso in primavera nuovi filmati in violazione di un suo precedente divieto.

In quei video, realizzati tra il 2014 e il 2015 durante gli incontri della National Abortion Federation (Naf), diversi leader dell’industria dell’aborto americana facevano commenti brutali e perfino beffardi sui bambini abortiti, che danno un’idea di quanto possa degenerarsi l’uomo quando opera contro la sacralità della vita. Nei precedenti dodici filmati, diffusi da Daleiden e dal suo Center for Medical Progress, si potevano vedere manager della Planned Parenthood discutere con disinvoltura di compravendita di tessuti fetali e degli aborti a nascita parziale (dove si partorisce parzialmente il bambino e se ne aspira il cervello) con il fine di raccogliere il maggior numero possibile di organi da rivendere ad aziende ed enti interessati. E sebbene si tratti di una pratica illegale e un’inchiesta del Congresso abbia contribuito ad enumerare una serie di accuse (formulate però solo dai repubblicani), finora per i responsabili degli abusi non c’è stata alcuna conseguenza giudiziaria.

Il sistema a sostegno dell’aborto è talmente capillare che i responsabili diventano vittime e viceversa, con la conseguenza che Daleiden e i suoi avvocati dovranno pagare la Naf, anche se c’è ancora la speranza che il loro annunciato ricorso vada a buon fine. Di certo, chi li ha condannati non si può definire indipendente. Il giudice Orrick è stato infatti tra i donatori delle campagne presidenziali di Obama e all’interno del consiglio di amministrazione del Good Samaritan Family Research Center, un ente che collabora strettamente con un’affiliata della Planned Parenthood, a sua volta membro della Naf, cioè la parte querelante del processo. Il conflitto di interessi è evidente, tant’è che i legali di Daleiden avevano chiesto la ricusazione del giudice. Respinta, manco a dirlo. Per inciso, oltre ai legami personali di Orrick con il business degli aborti, la moglie sostiene pubblicamente le posizioni più radicali, come l’aborto fino al nono mese e la negazione dell’obiezione di coscienza.

Orrick non è il solo persecutore controverso. A marzo il procuratore generale della California, Xavier Becerra, aveva accusato Daleiden e l’altra attivista pro-life Sandra Merritt di ben quindici reati: quattordici accuse per aver filmato conversazioni personali senza consenso e una per cospirazione a invasione della privacy. Becerra è un ex parlamentare democratico, particolarmente attivo nella promozione dell’aborto (nel 2012 votò addirittura contro una proposta di legge che mirava ad introdurre sanzioni per gli aborti selettivi in base al sesso del nascituro), al punto che la Planned Parenthood e la Naral hanno espresso nei suoi confronti un indice di gradimento del 100%.

La pubblicazione dei video dello scandalo ha avuto l’effetto di rafforzare l’impegno dei repubblicani a difesa dei nascituri, con Trump che ad aprile ha firmato una legge per consentire agli Stati federali di togliere i finanziamenti pubblici alle strutture che praticano gli aborti. E alcuni Stati già si sono mossi in questa direzione.

Ma allo stesso tempo gli esponenti della cultura della morte - che negli Usa come in altri Paesi occupano varie poltrone dei tribunali, della politica e dei media - hanno reagito con feroce determinazione per punire chi ha scoperchiato il sistema, adducendo il pretesto della violazione della privacy, malgrado quei video testimonino in tutta la loro crudezza le atrocità legate all’industria degli aborti. Si invoca la privacy (un copione che non è solo americano: è la stessa scusa che fu usata in Italia per processare i ginecologi Aletti e Frigerio quando svelarono coraggiosamente la realtà degli aborti eugenetici) per deviare l’attenzione dal vero abominio: il massacro sistematico di bambini a fini di lucro da parte di organizzazioni senza scrupoli. Il tutto chiaramente facilitato dal martellamento culturale che presenta l’aborto come libera scelta, senza cui non saremmo arrivati a questo punto.