• BIN SALMAN

Arabia Saudita, fra riforma e propaganda del prossimo re

Mohammed bin Salman

Una cosa è sicura: Mohammed bin Salman ha ben chiaro il valore dell'immagine, soprattutto agli occhi dei grandi media internazionali, e sa come fare colpo. Infatti l'annuncio che a partire dal prossimo anno le donne potranno per la prima volta assistere a manifestazioni sportive in tre stadi del Regno saudita ha avuto il suo effetto. Il 32enne principe ereditario saudita, potente ministro della Difesa, è il principale promotore delle riforme annunciate negli ultimi mesi, le quali dovrebbero servire più che altro come volano per una monarchia che ha deciso di differenziare la propria economia e non dipendere più solamente dalle esportazioni di petrolio. Ma i cambiamenti a Riyad e dintorni sembrano appartenere alla categoria della cosmesi e parlare di “libertà” è ancora ampiamente prematuro.

Il primo proclama a destare scalpore è stato quello di fine settembre, quando la televisione di Stato saudita ha annunciato che dal giugno 2018 le donne potranno guidare, azione attualmente punita con 10 frustate. Come già evidenziato benissimo da Souad Sbai sulla Nuova BQ, si tratta solo di «fumo negli occhi» perché «l'Arabia Saudita rimane per le donne sempre e comunque un regime di semi-prigionia, dove i diritti sono costantemente violati e le parole di un predicatore estremista imbevuto di wahhabismo delirante valgono più della crudele sorte di moltissime donne praticamente invisibili». Un mese dopo, il 25 ottobre, Mohammed bin Salman, aprendo la Future Investment Initiative, che ha riunito a Riyad duemila investitori stranieri, ha dichiarato di voler abbandonare gli eccessi della dottrina iper-rigorista islamica wahhabita per avvicinarsi a «una vita in cui la nostra religione si traduca nella tolleranza». Contemporaneamente, ha annunciato la futura creazione di una città da 500 miliardi di dollari, soprannominata Neom, lungo la costa del Mar Rosso, aperta agli investimenti internazionali, dove si potrà vivere con regole diverse da quelle vigenti in tutto il resto del paese, dove la polizia religiosa saudita la fa da padrone imponendo a tutti il rispetto della sharia. Infine, ieri è arrivato l'annuncio che le donne potranno entrare negli stadi di Riyad, Jeddah e Dammam.

Tutte queste misure fanno parte del piano “Vision 2030”, che ha lo scopo di affrancare il Regno dalla dipendenza dal petrolio, che rappresenta il 46% del Pil nazionale, l'84% delle esportazioni e l'87% delle entrate fiscali. Il piano mira appunto ad aumentare le esportazioni non petrolifere dall’attuale 16 al 50% e l’incidenza del settore privato sul Pil dall’attuale 40 al 65% entro il 2030. Si tratta di obiettivi fantascientifici, ma il principe bin Salman sembra fermamente intenzionato a fare economie: dopo aver tagliato privilegi e benefit per i funzionari statali, ha deciso di utilizzare negli uffici pubblici il calendario gregoriano al posto di quello islamico, che essendo lunare ha 10 o 11 giorni in meno rispetto al primo. In questo modo i funzionari lavoreranno di più, senza pesare di più sulle casse dello Stato.

I recenti annunci, per quanto positivi nel loro piccolo, non lasciano presagire però nessuna reale svolta né sul fronte interno né su quello internazionale. Il Regno, proprio a partire dalla nomina del principe a ministro della Difesa, per contrastare l'espansione dell'influenza sciita in Medio Oriente, continua a condurre in Yemen contro gli houthi alleati di Teheran una guerra dalle conseguenze catastrofiche per la popolazione civile (quasi 10 mila morti, 20 milioni di abitanti che hanno bisogno di assistenza umanitaria e lo scoppio della peggiore epidemia di colera al mondo). Sul fronte interno invece continua a reprimere le più basilari libertà dei cittadini, a imporre la sharia e a negare la libertà religiosa. Qualsiasi annuncio sulla volontà di adottare una versione tollerante dell'islam da parte del futuro re saudita rimarrà lettera morta fino a quando non permetterà ai cristiani, che rappresentano il 5% della popolazione, soprattutto lavoratori immigrati, di praticare liberamente la propria fede. Come diceva Giovanni Paolo II, la libertà religiosa rappresenta il «cuore stesso dei diritti umani» e solo un cambiamento su questo fronte potrebbe davvero far parlare di “svolta”. Fino ad allora, sarebbe meglio parlare di ottime iniziative per migliorare gli affari.