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Così la Cina reprime gli uiguri
di Massimo Introvigne 20-07-2011
bimbi uiguri


Venti morti a Hotan, nello Xinjang, è il bilancio di quello che le autorità di Pechino chiamano “attacco terroristico organizzato” e il Congresso Mondiale degli Uiguri, un’organizzazione di esuli con sede in Germania, parla di “repressione” della polizia che avrebbe sparato su una folla di pacifici manifestanti. La notizia – oscurata in Cina, dove come di consueto il regime ha bloccato l’accesso ai siti Internet internazionali e perfino le ricerche su Google con le parole “Hotan” o “disordini nello Xinjang” – ha richiamato ancora una volta l’attenzione della stampa internazionale sulla questione dello Xinjang, una parola un tempo trascritta in Occidente nella forma “Sinkiang” e il cui stesso uso è oggi contestato.

Il nome Xinjiang, “nuovo possedimento” o “nuova frontiera”, è infatti stato dato alla vasta regione – un milione e seicentomila chilometri quadrati, venti milioni di abitanti – dalla dinastia cinese Qing che l’ha conquistata tra il 1755 e il 1757 con una guerra costata un milione di morti. Ma gli abitanti della regione non sono cinesi. Sono turco-mongoli, e preferiscono parlare non di Xinjiang ma di Turkestan Orientale. Fino al XV secolo, quando quasi tutta la regione passa all’islam, gli abitanti della sua parte occidentale erano musulmani, mentre quelli della parte orientale – solo loro, all’origine, chiamati “uiguri”, un nome più tardi esteso a tutte le popolazioni turcofone della zona – conservavano l’antica religione manichea, tollerando anche minoranze buddhiste e cattoliche.

Le operazioni del XVIII secolo corrispondono a un vero e proprio “colonialismo via terra”, praticato dall’impero cinese come da quello russo. Qualche volta in Europa abbiamo difficoltà a comprendere queste imprese coloniali, perché la nostra immagine del colonialismo è legata al mare e alle navi. Ma in realtà i cinesi in quello che chiamano Xinjiang – così come i russi nell’Asia Centrale – si comportano a tutti gli effetti come una potenza coloniale. Possiamo così considerare le ribellioni del XIX secolo come rivolte anti-coloniali, fomentate dal network religioso delle confraternite sufi e in particolare della maggiore confraternita mondiale, particolarmente diffusa tra tutte le etnie turcofone, la Naqshbandiyya. Appartiene a questa confraternita Yaqub Beg (1820-1877), un avventuriero proveniente dall’attuale Uzbekistan, ma di etnia tagika, che profittando di queste rivolte riesce a farsi proclamare “re della Kashgaria” prima di essere sconfitto e ucciso – ma secondo altri si sarebbe suicidato – dal generale cinese Zuo Zong-Tang (1812-1885).

La caduta dell’impero cinese suscita nuove speranze d’indipendenza nel movimento anti-colonialista. Ma in realtà sia i repubblicani nazionalisti di Sun Yat-Sen (1866-1925) e Chang Kai-Shek (1887-1975) sia i comunisti di Mao Tze-Tung (1893-1976) vogliono un Paese “uno e indivisibile” e, benché stipulino occasionali alleanze tattiche con i separatisti, non hanno nessuna intenzione di concedere loro l’indipendenza. Nella confusione della guerra civile gli indipendentisti riescono comunque a proclamare una “Repubblica Islamica del Turkestan Orientale” nel 1933, prontamente riconquistata dalle truppe nazionaliste cinesi nel 1934. Disperando delle loro sole forze, gli uiguri finiscono per concludere un patto col diavolo con l’Unione Sovietica, e nel 1944 restaurano un “Governo Islamico del Turkestan” (la cosiddetta “seconda” Repubblica del Turkestan, per distinguerla da quella del 1933-1934) che dipende dal supporto militare delle truppe sovietiche.

Nel 1949, quando la vittoria di Mao è certa, Stalin (1878-1953) convoca i cinque principali rappresentanti del Governo Islamico del Turkestan e ordina la “riconciliazione” con la Cina. I cinque non sono convinti: s’imbarcano da Alma Ata, nell’attuale Kazakhistan, per andare a Pechino a negoziare con Mao. Non arriveranno mai. L’Unione Sovietica comunica che sono stati vittima di un disastro aereo, ma documenti emersi dagli archivi del KGB dopo il 1989 confermano che sono invece stati uccisi su ordine di Stalin. I loro colleghi capiscono l’antifona e accettano posizioni nel Partito Comunista Cinese, le cui truppe occupano la regione, mentre lo “Xinjiang” nel 1955 diventa una “regione autonoma” della Repubblica Popolare Cinese.

Non cessa, però, l’aspirazione all’indipendenza della maggioranza della popolazione, con periodiche e sanguinose rivolte. Il movimento indipendentista è peraltro diviso. La fazione maggiore ha una matrice religiosa islamica. Due fazioni più piccole, ma non irrilevanti, sono invece rispettivamente marxista (e sostenuta, finché esiste, dall’Unione Sovietica) e laica. Quest’ultima si rifà al panturchismo dei Giovani Turchi e al laicismo di Kemal Atatürk (1881-1938), e gode di discrete simpatie nell’establishment militare turco.

La strategia della Cina comunista è duplice, e ricorda quella attuata in Tibet. A una dura repressione, specie in ambito religioso – peraltro non senza cicli periodici di ammorbidimento e di concessioni – fa da contrappunto una politica demografica che mira a rendere gli uiguri musulmani minoritari nel loro stesso Paese. Da una parte, la politica della limitazione delle nascite e del figlio unico è imposta alle donne di etnia uigura in modo particolarmente duro, a suon di aborti forzati anche al nono mese. Dall’altra, una gigantesca operazione di nuova colonizzazione insieme etnica ed economica importa da altre zone della Cina dieci milioni di cinesi. Gli uiguri, da stragrande maggioranza che erano mezzo secolo fa, sono così oggi una minoranza – circa il 40% - nella loro stessa terra di origine, spesso disprezzati dai cinesi immigrati che controllano la politica e l’economia. Ma restano l’88% a Hotan, la città di trecentomila abitanti dove sono scoppiati i disordini.

La questione delle feste tradizionali (meshrep), permesse nel 1994 ma nuovamente vietate nel 1997, porta a un’intensificazione della resistenza. Trenta attivisti uiguri sono condannati a morte e giustiziati, provocando i tumulti del 5 febbraio 1997 nella città di Gulja, duramente repressi dalla polizia con un centinaio di morti.

Il successivo 25 febbraio accade qualcosa che segna l’inizio di una nuova, più cupa fase nella storia dell’indipendentismo: tre autobus di linea a Urumchi saltano in aria, con nove morti (tra cui tre bambini) e una settantina di feriti. Benché non manchi tra gli indipendentisti chi considera l’attentato una provocazione della polizia, è probabile che nella seconda metà degli anni 1990 nelle fila della fazione islamica del movimento per l’indipendenza si sia effettivamente infiltrato il terrorismo ultra-fondamentalista islamico. Uno dei gruppi più importanti, il Movimento Islamico del Turkestan Orientale, è considerato un gruppo terroristico e legato ad al-Qa’ida dagli stessi Stati Uniti, che pure simpatizzano per la causa indipendentista e ne ospitano la principale leader, Rebiya Kadeer, che la diplomazia statunitense ha convinto Pechino nel 2005 a rilasciare dal carcere, dove si trovava dal 2000, ed esiliare negli Stati Uniti. Oggi la Kadeer presiede il Congresso Mondiale Uiguro.

Soprattutto dopo l’11 settembre 2001, il governo cinese dà periodicamente notizia di attentati terroristici sventati (con grande enfasi, durante le Olimpiadi di Pechino del 2008), di campi terroristici scoperti e di terroristi arrestati. Qualche volta si tratta certamente di veri terroristi, ma può anche capitare che “terrorista” sia una comoda etichetta per giustificare la repressione di ogni forma d’indipendentismo, com’è avvenuto nel luglio 2009 quando gli scontri nella capitale Urumqi hanno fatto oltre duecento morti, senza contare le nove persone accusate di avere organizzato le manifestazioni che sono state giustiziate per “terrorismo”. L’uso tattico e retorico della parola “terrorismo” riemerge ora anche nel caso di Hotan.

Fuori della Turchia e del mondo islamico la causa dell’indipendenza uigura, che pure avrebbe solide ragioni storiche e culturali, ha ben pochi simpatizzanti. I legami – che non sono solo invenzioni del regime cinese – di una sua componente con al-Qa’ida non l’hanno certamente resa più popolare. Tuttavia, senza ignorare gli effettivi rischi d’infiltrazioni terroristiche internazionali, il rispetto dei diritti umani degli uiguri e della loro identità culturale e politica dovrebbe essere chiesto con vigore dall’Occidente al governo cinese. Che questo avvenga è tutt’altro che sicuro perché, in tempi di crisi finanziaria internazionale, ci sono molte ragioni economiche che sconsigliano d’irritare Pechino.

- I migliori uiguri, di Marco Respinti


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