È dittatura gay, fermarla prima che sia tardi
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di Riccardo Cascioli02-11-2013 AA+A++

Il pomeriggio di mercoledì 30 ottobre l’avvocato Giancarlo Cerrelli riceve una telefonata dalla redazione di Domenica In per un invito a partecipare alla puntata di domenica 3 novembre, in uno spazio dedicato a un dibattito sul recente suicidio del giovane gay  di Roma. Cerrelli è il vicepresidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici Italiani, già protagonista di una puntata di Unomattina estate, lo scorso agosto, in cui aveva argomentato contro la legge sull’omofobia e per questo aveva dovuto subire durissimi attacchi da parte delle organizzazioni gay.

Dunque la redazione di Domenica In aveva ritenuto di invitarlo sapendo benissimo le sue posizioni, anzi proprio per quello. Infatti gli era anche stato detto che degli ospiti previsti (quattro in tutto) sarebbe stato solo su certe posizioni. E’ il solito gioco che si fa in certe trasmissioni: si vuol far passare una tesi, ma per non sembrare di parte si invita anche un ospite contrario che, però, viene messo in mezzo a diversi ospiti impedendogli di esprimere compiutamente le proprie posizioni.

In questo caso è interessante notare anche chi sono i tre ospiti che la pensano all’opposto di Cerrelli: sono due giornalisti – Pierluigi Diaco e Tommaso Cerno – e don Antonio Mazzi. E qui vedremo domenica in che senso un sacerdote di Santa Romana Chiesa in materia di omosessualità sostiene tesi opposte a quelle di Cerrelli, visto che quest’ultimo non si discosta dal Catechismo.

Per Cerrelli comunque neanche questo basta: non è sufficiente il ruolo sacrificato, bisogna accertarsi che non faccia affermazioni sgradite; così i redattori di Domenica In gli fanno molte domande per accertarsi su tutte le cose che intende dire.

Si arriva così a ieri pomeriggio, 1 novembre: intorno alle 15 Cerrelli riceve un’altra telefonata dalla redazione di Domenica In, che gli annuncia che il suo intervento è stato annullato. Sono stati mantenuti gli altri ospiti ma Cerrelli verrà sostituito da una mamma che ha accettato l’omosessualità del figlio. In fondo, gli dice il redattore, ci sarebbe stato troppo poco tempo per lui per esprimere le sue posizioni, quindi terranno conto della sua disponibilità per la prossima occasione in cui si parlerà di omofobia.

Scusa patetica, in realtà cade ormai anche qualsiasi parvenza di obiettività: sul tema omosessualità non sono più ammesse opinioni che non siano quelle imposte dalla lobby gay. E come non ricordare che dopo la già citata trasmissione di Uno Mattina, era stato chiesto da alcuni deputati l’intervento della Commissione di Vigilanza Rai per evitare che fossero invitati alle varie trasmissioni «ospiti ultracattolici e omofobi»?

La situazione è ormai oltre ogni limite, come dimostra anche il caso della scuola Faà di Bruno di Torino, che riportiamo in altro articolo. Non c’è ancora una legge sull’omofobia, ma già la dittatura gay è una realtà. Sarebbe il caso che anche la politica intervenisse per garantire la libera espressione di opinioni che non sono diffamatorie né discriminanti né irrispettose. Non solo, sono anche opinioni che ricalcano quanto previsto dalla Costituzione e dalla legge italiana, che riconoscono soltanto la famiglia naturale.

Chissà se quei parlamentari cattolici che alla Camera hanno votato a favore della legge sull’omofobia, soddisfatti dell’introduzione di un emendamento che garantisce libertà religiosa, si stanno rendendo conto di come sia davvero la realtà.


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