Cronache di resistenza parlamentare alle nozze gay
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di Alfredo Mantovano02-08-2015 AA+A++

A seguirne l’iter in Senato, il disegno di legge sulle unioni civili viene ritenuto un provvedimento di particolare urgenza, come se fosse un decreto da convertire in legge entro un termine breve e tassativo, o comunque qualcosa di cui non si può fare a meno se non per i giorni necessari ad approvarne gli articoli che lo compongono. Per il governo, per la maggioranza che lo sostiene (con le eccezioni che verranno indicate fra breve), ma pure per una parte significativa delle opposizioni - Sel e M5S -, l’introduzione nell’ordinamento italiano della sostanziale parificazione al matrimonio dell’unione fra persone dello stesso sesso ha carattere di priorità, e quindi deve avere la precedenza. 

Precedenza, per esempio, su una discussione a Montecitorio o a Palazzo Madama che solleciti il premier e il ministro dei Trasporti a riportare decoro e funzionalità a Fiumicino; o che approfondisca l’adeguatezza della nostra legislazione e dell’azione di prevenzione della minaccia terroristica; o che sblocchi il sistema di esame delle domande di asilo e di protezione umanitaria, e scelga una strada per affrontare nelle sedi europea e nazionale la nuova dimensione della migrazione; o che dia seguito ai dati obiettivi sulle condizioni economiche e sociali del Sud d’Italia, da ultimo descritte nel rapporto Svimez di due giorni fa. Si tratta di quisquilie, di rilievo secondario rispetto all’introduzione del matrimonio gay: quelle non meritano neanche l’iscrizione all’ordine del giorno in sedute ordinarie del Parlamento; questo va trattato anche con 40° gradi, nel cuore dell’estate e in sedute notturne.

Pur di farne avanzare velocemente l’esame, la maggioranza allargata che vorrebbe approvarlo ha superato nei giorni scorsi passaggi solo in apparenza formali, ordinariamente non semplici da affrontare. É significativo quanto accaduto in Commissione Bilancio al Senato, al momento della discussione e del voto riguardanti il fabbisogno finanziario del ddl Cirinnà; intervenendo a nome del governo mercoledì 29 proprio in quella Commissione, il vice-ministro dell’Economia Morando ha precisato che «la relazione tecnica (sulle esigenze di copertura finanziaria) è stata elaborata, in prima battuta, dalmMinistero della Giustizia e solamente validata dalla Ragioneria generale dello Stato e dal ministero dell'Economia e delle Finanze». In genere va diversamente: su ciascun disegno di legge di volta in volta in esame la Ragioneria riceve le relazioni tecniche dai singoli ministeri interessati - in tal caso oltre a Giustizia sarebbe stato necessario avere anche quella del Welfare, direttamente coinvolto dalle ricadute delle c.d. “unioni civili” sul sistema pensionistico, mentre di essa qui non vi è traccia -; quindi la medesima Ragioneria elabora la relazione sulla spesa che comporta il disegno di legge, ne verifica la copertura, e trasmette le sue conclusioni al ministero dell’Economia. Quest’ultimo si reca in Commissione bilancio con un suo rappresentante ed espone tali conclusioni, depositando il relativo parere. Si tratta di verifiche assai rigorose, che normalmente comportano un tempo non breve di confronto tecnico all’interno del governo, fra i ministeri, e poi fra governo e Parlamento. 

Tutto ciò è saltato pur di arrivare al “matrimonio gay”: la relazione è stata redatta dal ministero della Giustizia e solo “ validata” dal ministero dell’Economia; il cui rappresentante ha tenuto neanche tanto implicitamente a sottolineare la singolarità dell’iter, probabilmente per prenderne le distanze. É significativo che Morando abbia concluso il suo intervento in Commissione dicendo che «L'orizzonte di sostenibilità su 40-50 anni è sicuramente un elemento di necessaria considerazione, ma potrà essere calcolato in modo affidabile solo con i primi dati effettivi sulle adesioni al nuovo istitut»”. Domanda: ma se tale proiezione è «di necessaria considerazione», perché non lo si “considera” prima di votare il ddl Cirinnà, e si rinvia per la determinazione della spesa alla prima applicazione? É una logica che non si segue mai in questi termini per nessuna legge in discussione.

Nel merito, e restando sempre alla copertura finanziaria, il senatore Maurizio Sacconi, di Ncd, che di tali questioni ha non poca conoscenza, anche istituzionale - in passato viceministro , poi ministro del Welfare per un totale di oltre otto anni, attualmente presidente della Commissione Lavoro del Senato - ha osservato, intervenendo in Commissione, come sia «imprudente limitare lo studio della dinamica dei costi previdenziali del nuovo istituto ai soli primi anni di vigenza. Risulta inattendibile una valutazione di questo tipo per qualsiasi intervento sugli istituti pensionistici, dal momento che gli effetti finanziari si vedono solo al momento del conseguimento del diritto a prestazione, che matura mediamente dopo alcuni decenni. La quantificazione e proiezione degli effetti delle unioni civili limitate a solo 10 anni non forniscono alcuna indicazione utile, dal momento che i decessi con conseguenti liquidazioni di pensioni di reversibilità non si concentreranno di certo nei primi anni in cui gli interessati avranno un'età giovane».  Hanno sostenuto tesi analoghe il sen. Lucio Malan, di Forza Italia e la senatrice Comaroli della Lega Nord. 

Di fronte a osservazioni tecniche di tale peso in genere sia alla Camera sia al Senato la Commissione Bilancio procede all’approfondimento e prova a rispondere alle riserve sollevate. Leggete i resoconti della Commissione, in particolare quelli del 29 luglio: la risposta dei senatori favorevoli al ddl Cirinnà è stata sconcertante: nessuna replica di sostanza, il solo viceministro dell’Economia ha ammesso che quanto chiedeva Sacconi alla fine era fondato. Eppure il parere contenente una previsione di copertura minimale per le c.d. “unioni civili” è stato approvato, pur di mandare avanti senza intoppi il ddl. Va dato atto alla generosità con la quale esponenti di Ncd come Sacconi e Giovanardi e di FI come i senatori Malan e Gasparri stanno conducendo prima in Commissione Bilancio poi in Commissione Giustizia la difficile battaglia per la famiglia, e per risparmiare agli italiani la parificazione a essa delle unioni fra persone dello stesso sesso. Ci si chiede però perché non siano affiancati e sostenuti dai loro rispettivi partiti, o dai colleghi senatori che hanno manifestato condivisione delle ragioni della famiglia, per esempio, mostrandosi in piazza S. Giovanni il 20 giugno. 

Sorprende non poco, per esempio, che alla esposizione competente degli argomenti di rischio per la finanza pubblica esposti dal senatore Sacconi quali ricadute della eventuale approvazione del ddl Cirinnà, al momento del voto in Commissione Bilancio due esponenti del suo partito hanno votato diversamente: fra essi, Antonio Azzollini, fino a pochi giorni fa presidente di quella Commissione, che poche ore prima si era vista respingere la richiesta di arresti col voto determinante dei senatori del Pd. Il sen. Azzollini è noto da sempre per la puntualità con la quale esamina i dettagli delle leggi in discussione e scongiura ogni pericolo di copertura non adeguata: in questo caso è mancato il suo contributo di chiarezza, mentre non è mancato il suo voto a favore del parere sul ddl.

Quel che non manca - di questo i senatori dovrebbero essere consapevoli - è l’attenzione del popolo delle famiglie per ogni singolo voto o intervento in materia di ciascun rappresentante degli italiani. Mercoledì, mentre in Commissione Bilancio al Senato si consumava la recita a soggetto appena sintetizzata, a pochi metri da Palazzo Madama un presidio del Comitato Difendiamo i nostri figli ha avviato la raccolta di firme contro l’approvazione del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Giusto per  mettere in chiaro che nessuno va in ferie. E che colpi di mano, anche in notturna, saranno seguiti come se avvenissero alla luce del sole.

 

 


1
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