Aborto, da reato a dovere sociale il cammino è compiuto
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di Tommaso Scandroglio20-04-2017 AA+A++

Lei si chiama Ellinor Grimmark ed abitava in Svezia. Nel 2007 iniziò a studiare per diventare ostetrica e nel frattempo fu assunta dall’ospedale della contea di Jönköping. Nel 2013, un anno prima di finire gli studi, informò la clinica che lei era obiettrice di coscienza. Il direttore montò su tutte le furie: “Come puoi anche solo pensare di fare l’ostetrica con queste opinioni? E cosa faresti se una donna che ha avuto un aborto venisse da te sanguinando?». «La aiuterei», rispose. La donna fu licenziata.

L’aspirante ostetrica allora si rivolse ad un altro ospedale: la clinica Ryvhos. Ma anche qui stessa musica: «una persona che si rifiuta di fare aborti non può far parte di una clinica per donne». Bussò allora alle porte dell’ospedale di Värnamo, il quale le propose una terapia psicologica perché, a loro dire, solo una malata di mente vuole fare l’ostetrica e allo stesso tempo rifiutarsi di praticare aborti. La logica è davvero capovolta: è come chiedere ad un pompiere di fare anche il piromane.

Grimmark allora emigra nella vicina Norvegia e intanto, nel 2014, fa causa all’ospedale che l’aveva licenziata. In primo grado perse e così ricorse in appello. I giudici settimana scorsa hanno confermato la sentenza di primo grado: la lavoratrice non ha subito un licenziamento discriminatorio e i datori di lavoro hanno rispettato la sua libertà di opinione e di espressione. Per la serie: puoi tranquillamente dire di essere contro l’aborto – e in questo senso rispettiamo la tua libertà di parola - ma proprio per questo motivo ti mettiamo alla porta. Pensiamo a cosa sarebbe successo se una docente fosse stata licenziata da una scuola cattolica perché omosessuale. La risposta è già presente nei fatti di cronaca anche recente.

Il tribunale di appello ha difeso il “diritto” della struttura ospedaliera di richiedere solo personale disposto a compiere aborti, nonostante l’obiezione di coscienza, almeno sulla carta, è un diritto legalmente riconosciuto in Svezia. La Sweden's Health Professionals per bocca del suo vicepresidente esulta: “le persone in cerca di cure non dovrebbero avere anche il pensiero di quali sono le opinioni personali” dei medici ed infermieri. E’ la solita immagine del medico fornitore di servizi che, come un portiere d’albergo, mi deve dare le chiavi della camera e non fare commenti inappropriati.

Ora la Grimmark pensa di ricorrere alla Corte dei diritti dell’uomo fosse anche solo per chiedere un risarcimento milionario.

Insomma in Svezia l’aborto non è più solo un diritto ma un dovere. La vicenda della battagliera Grimmark in questo senso è paradigmatica. Gli ospedali schifano gli obiettori non perché non si riesca ad abortire, panzana che invece gira qui da noi in Italia da parecchio tempo. Infatti la Svezia vanta uno dei tassi di aborto più alti in Europa: 20,8 per 1.000 donne nel 2011. Gli ospedali cercano solo personale pro-choice perché l’aborto è considerato ormai un bene sociale e giuridico, un vero e proprio atto terapeutico. E’ come immaginarsi un medico che obietta in merito ad un’operazione di bypass cardiaco. Sarebbe folle, verrebbe da dire. E si aggiungerebbe: “perché mai allora si è messo a fare il medico?”. Ecco lo stesso ragionamento viene applicato all’aborto: quel bambino non voluto è una malattia e quindi tu medico hai il dovere professionale di intervenire per estirpare il male. Peccato che il munus  di chi si mette un camice bianco sia quello di tentare di strappare alla morte le persone, non quello di ucciderle.

Il cammino di emancipazione del fenomeno aborto si è pressoché concluso almeno in Occidente. Da reato a condotta tollerata e dunque depenalizzata. Poi ammessa in alcune circostanze eccezionali (stupro) e quindi atto neutro (ognuno lo consideri come vuole). Da ultimo diritto ed ora dovere sociale proprio perché è un bene giuridico. Guai quindi a criticarlo e a non praticarlo se uno è medico.


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Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. (Mc 16,15-20)



A un anno da Amoris Laetitia facciamo il punto sull'esortazione apostolica di Papa Francesco: Anna Silvas, Claudio Pierantoni, Jurgen Liminski, Douglas Farrow, Jean Paul Messina e Thibaud Collin. Sono questi i relatori che prenderanno la parola al Convegno internazionale organizzato da La Nuova Bussola Quotidiana e da Il Timone. Roma, Hotel Columbus, 22 aprile, ore 10-16.30.




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Dopo "Amoris Laetitia" è possibile accostarsi all'Eucaristia per i divorziati risposati? Continua a essere valida l'esistenza di norme morali assolute? Esiste ancora la condizione di peccato grave abituale? Vale ancora che un atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto non può diventare soggettivamente onesto?

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