Aborto selvaggio negli Usa, si alza il velo
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di Lorenzo Schoepflin15-04-2013 AA+A++

«Non riesco e descriverlo. Sembrava un piccolo alieno». Così Sherry West ha raccontato le urla di un bambino nato vivo a seguito di un aborto tardivo nella clinica del dottor Kermit Gosnell. La signora West è tra i collaboratori del medico chiamati a testimoniare durante il processo che vede incriminato Gosnell per la morte di una donna e di sette bambini nella sua clinica di Philadelphia, dove si praticavano interruzioni di gravidanza ben oltre le ventiquattro settimane di gestazione, limite legale in Pennsylvania. Il medico abortista fu arrestato nel gennaio del 2011 e il processo avviatosi il mese scorso dovrà stabilire se Gosnell ha davvero compiuto gli otto omicidi di cui è accusato. Certo è che quanto continua ad emergere dalle udienze è terribile e sembra lasciare poco spazio a dubbi.

Relativamente alla testimonianza di Sherry West, la donna ha ammesso che l’episodio da lei narrato l’ha letteralmente «mandata fuori di testa». La collaboratrice di Gosnell ha descritto la scena fin quando si è svolta in sua presenza: un bambino, non ancora completamente formato, estratto vivo dall’utero della madre e adagiato in una sorta di bacinella di vetro appoggiata su uno scaffale. A quel punto la donna dice di esser fuggita dalla stanza dopo aver detto a qualcuno del personale della clinica di chiamare Gosnell. Non è difficile, purtroppo, immaginare come si sia conclusa la scena.

Stephen Massof è un altro membro dello staff di Gosnell – Massof, tra l’altro, esercitava la propria professione senza la necessaria licenza – chiamato a testimoniare al processo. I dettagli raccontati da Massof sono raccapriccianti: Gosnell con una sforbiciata secca alla colonna vertebrale separava il cervello dal resto del corpo dei bambini. Una specie di «decapitazione» l’ha definita il collaboratore del medico. Secondo quanto affermato da Massof, che ha citato il caso di un aborto eseguito alla ventiseiesima settimana di gravidanza, l’ecografo della clinica di Gosnell era stato modificato in modo tale che dagli esami sulle donne intenzionate ad interrompere la gravidanza risultasse un’età gestazionale inferiore a quella reale. Inoltre, sempre stando ai racconti del testimone, alle donne spesso venivano date massicce dosi di medicinali per accelerare le procedure, con conseguenti copiosi sanguinamenti che precedevano l’espulsione dei feti.

Anche Adrianne Moton, trentacinquenne collaboratrice di Gosnell, ha fornito dettagli raccapriccianti e che la dicono lunga sulla crudeltà del medico. La Moton ha raccontato di un’interruzione di gravidanza eseguita alla trentesima settimana. A Baby A – così è stato catalogato il piccolo negli atti del processo per i quali sono state acquisite le foto del bambino morto gettato tra i rifiuti – la stessa Moton tagliò la gola, dopo che era venuto alla luce, vivo, nel bagno della clinica. «Era così grande che avrebbe potuto fare una passeggiata con me», avrebbe sghignazzato Gosnell alla vista del bambino. Shayquana Abrams, madre di Baby A all’epoca diciassettenne, ha dichiarato durante il processo che Gosnell le aveva detto che la gravidanza era giunta alla ventiquattresima settimana e che si poteva dunque interromperla: una volta incassati 2750 dollari in contanti, il medico iniziò le operazioni.

Anche Lynda Williams, altra collaboratrice di Gosnell, ha raccontato ciò che faceva: le era stato insegnato come si capovolge il corpo del bambino per poi tagliargli il collo, in quella procedura nota come aborto a nascita parziale (si estrae tutto il corpo tranne la testa, si recide la colonna vertebrale causando la morte del bambino). Una volta, ha dichiarato la Williams durante la sua testimonianza, il braccio di un bambino è sobbalzato mentre la donna eseguiva l’aborto con tale procedura.

Le testimonianze rilasciate durante il processo a Kermit Gosnell portano alla luce la realtà cruda e orribile legata all’aborto a nascita parziale, una tecnica con la quale negli Stati Uniti vengono praticati aborti quando la gravidanza è arrivata ad un punto in cui il bambino fatto nascere sarebbe in grado di sopravvivere. Contro l’aborto a nascita parziale si schierò l’ex presidente George W. Bush, che nel 2003 firmò una legge approvata dal Congresso Usa per il bando della brutale pratica. Il suo predecessore, il democratico Bill Clinton, pose invece il veto su un analogo testo licenziato dal Congresso nel 1996. Nel 2007 la Corte Costituzionale statunitense confermò la costituzionalità della messa al bando dell’aborto a nascita parziale e ad oggi 32 Stati, secondo un recentissimo report del Guttmacher Institute, hanno intrapreso la strada federale. In 13 dei 32 Stati, le Corti statali hanno però bloccato il divieto di aborto a nascita parziale.   L’attuale inquilino della Casa Bianca, Barack Obama, durante la propria carriera politica, si è sempre opposto a misure che limitassero il ricorso all’aborto a nascita parziale. Ad ottobre dello scorso anno, inoltre, fu resa pubblica una lettera con la quale la first lady Michelle, nel 2004, cercava di reperire fondi per la campagna elettorale del marito per un seggio al Senato degli Stati Uniti. Nella lettera si affermava che il divieto di aborto a nascita parziale voluto da Bush era incostituzionale e andava rimosso.

Grazie al caso Gosnell, innanzitutto risulta evidente quanto sia labile – sarebbe meglio dire inesistente – il confine tra aborto tardivo e infanticidio. Nella clinica di Gosnell, a quanto pare, uccidere un bambino nato vivo era una pratica normale.

Ci sono poi molte perplessità circa la copertura mediatica garantita allo svolgersi del processo. I prolife americani lamentano la scarsa attenzione che tv, siti internet e giornali hanno dedicato alla storia della clinica degli orrori. «Se Gosnell fosse entrato in una clinica e avesse ucciso sette bambini con un AR-15 (un fucile semiautomatico, ndr), sarebbe stata una notizia nazionale», ha dichiarato il deputato repubblicano Chris Smith.
Addirittura, non manca chi ha affermato che cose orribili come questa sono da imputarsi a coloro che difendono la vita dal concepimento, impedendo alle donne l’accesso sicuro e legale all’aborto e costringendole a rivolgersi a medici senza scrupoli che mettono a repentaglio la loro vita. E’ quanto ha scritto su Twitter Amanda Marcotte, della rivista Slate. Appare incredibile, ma è espressione di un sentimento molto diffuso nel mondo liberal statunitense (e non solo). Senza timore di essere smentiti, si può affermare che Gosnell è un convinto abortista, ma, come in ogni giallo che si rispetti, la trama riserva un colpo di scena: l’assassino è il prolife.




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