Adozioni per i gay: tutte le trappole della Cirinnà
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di Massimo Introvigne08-06-2015 AA+A++

I sondaggi dimostrano che la grande maggioranza degli italiani – tra il settanta e l’ottanta per cento, a seconda di chi è il sondaggista e come si pone la domanda – è contraria alle adozioni da parte di coppie omosessuali. Il presidente Renzi e la senatrice Cirinnà – cui qualche volta fanno eco esponenti, evidentemente male informati, dell’opposizione politica e dello stesso clero cattolico – affermano di avere ben presente questa opposizione degli italiani alle adozioni omosessuali. «Infatti», assicurano, «noi in Italia faremo qualche cosa di diverso: unioni civili, ma senza adozioni».

Questa affermazione, molto semplicemente, è falsa. Lo è per due ragioni. La prima è che nel disegnodi legge Cirinnà le adozioni ci sono. Il disegno di legge è passato attraverso successive redazioni. L’ultima recita all’articolo 5: «All'articolo 44 lettera b) della legge 4 maggio 1983, n. 184 dopo la parola “coniuge” sono inserite le parole “dalla parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso”». Si tratta della tipica norma che molti tendono a non leggere con attenzione, perché per intenderne il senso occorre appunto risalire alla legge 4 maggio 1983 n. 184. Questa legge, all’articolo 44 lettera b), recita che un minore in Italia può essere adottato «dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge». Come modificata dal ddl Cirinnà, la norma dunque prevedrebbe che un bambino può essere adottato «dal coniuge o dalla parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso nel caso in cui il minore sia figlio anche adottivo dell'altro coniuge o della parte dell'unione civile tra persone dello stesso sesso».

Si tratta della cosiddetta stepchild adoption. Cioè il “civilunito” omosessuale può adottare il figlio, biologico e adottivo, della persona omosessuale “civilunita” con lui. Esempio pratico: il signor Rossi e il signor Bianchi, omosessuali, stipulano un’unione civile ai sensi della legge Cirinnà. Il signor Rossi si reca in India, dove acquista un bambino attraverso la nota pratica dell’utero in affitto: cioè con l’inseminazione artificiale utilizza il suo seme per fecondare l’ovulo di una donna indiana che poi viene impiantato nella stessa povera donna – o in un’altra – la quale porta a termine, per quattro soldi, la gravidanza. Rossi torna in Italia con un bambino: che è biologicamente suo figlio, perché il seme era il suo. A questo punto Bianchi potrà adottare il bambino, che avrà dunque legalmente due papà e nessuna mamma. Se poi Rossi non riuscisse per un qualunque motivo a procurarsi un figlio biologico, dovrebbe seguire una strada più complicata: ma anche qui l’adozione omosessuale sarebbe assicurata. Infatti, una nota sentenza del Tribunale dei Minori di Bologna del 21 marzo 2013 ha stabilito che un single – non una coppia – che ha validamente adottato un bambino all’estero ha diritto a vedersi riconosciuta l’adozione anche in Italia. Dunque Rossi potrebbe recarsi in un Paese con la legge più permissiva della nostra e adottare un bambino. La sua adozione estera sarebbe riconosciuta in Italia. A questo punto anche Bianchi potrebbe adottare il «figlio adottivo dell’(altra) parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Il risultato non cambia: due papà e nessuna mamma.

Immaginiamo però che – magari dopo l’auspicato successo della manifestazione del 20 giugno il presidente Renzi dichiari di non essere sordo al grido di dolore che sale dalle piazze italiane, e imponga alla senatrice Cirinnà di eliminare dal suo disegno di legge l’articolo 5. Ci sarebbero pianto e stridore di denti da parte delle organizzazioni Lgbt, e i giornali scriverebbero che «è stata eliminata l’adozione dalla legge sulle unioni civili». Si può facilmente prevedere, senza sfera di cristallo, che anche qualche esponente del centro-destra e qualche ecclesiastico canterebbero vittoria e sosterrebbero gioiosamente la Cirinnà riveduta e corretta «senza adozioni». E cadrebbero – alcuni in buona fede, altri meno – in un secondo trappolone peggiore del primo.

Infatti, si devono fare i conti non solo con i testi di legge ma anche con i giudici. Italiani ed europei. L’Italia ha ratificato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che è interpretata dalla Corte Europea dei Diritti Umani (Cedu) di Strasburgo. Orbene, la Cedu ha chiaramente stabilito che nessun Paese che ha ratificato la Convenzione è obbligato a introdurre nel proprio ordinamento il «matrimonio» omosessuale o forme di unione civile sostanzialmente uguali al matrimonio. Se però le introduce, non può poi discriminare i “civiluniti” omosessuali rispetto alle coppie formate da un uomo e da una donna escludendo i primi dalle adozioni. C’è una sequenza coerente di decisioni europee, ma quella decisiva è «X e altri contro Austria» del 19 febbraio 2013. È decisiva perché in Austria non c’è il «matrimonio» omosessuale. Ci sono le unioni civili, come ci sarebbero con la Cirinnà. Bene (o male): la Cedu ha stabilito che, una volta introdotte le unioni civili, il diritto di un Paese che ha ratificato la Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo non può «mancare di coerenza» e introdurre una «disparità di trattamento» quanto alle adozioni fra coppie omosessuali “civilunite” e coppie formate da un uomo e da una donna.

Vale la pena di leggere come la Cedu ha ricostruito la vicenda austriaca, perché il passaggio è decisivo per l’Italia: «Entrata in vigore il 10 gennaio 2010, la legge [austriaca] sulle unioni registrate offre alle coppie omosessuali la possibilità di contrarre un’unione registrata […]. Le norme che disciplinano l’unione registrata, i suoi effetti e il suo scioglimento sono simili a quelle che disciplinano il matrimonio». Nonostante questo, le coppie omosessuali «civilunite» sono escluse dall’adozione, che è invece permessa alle coppie costituite da un uomo e da una donna. Questa differenza costituisce una violazione del principio di non discriminazione, vietata dalla Convenzione europea.

Dopo la sentenza di Strasburgo, l’Austria ha dovuto adeguarsi, nonostante le resistenze dell’opinione pubblica, introducendo prima la stepchild adoption e poi l’adozione senza limite alcuno. Questo perché, se le norme sull’unione civile sono «simili a quelle che disciplinano il matrimonio», escludere l’adozione è considerata dalla Cedu una «mancanza di coerenza» di natura discriminatoria. In Italia con la Cirinnà non si adotterebbero solo norme «simili a quelle che disciplinano il matrimonio». Si adotterebbero norme identiche. Non lo dicono oppositori “omofobi” della Cirinnà, ma il suo principale ispiratore, il sottosegretario Scalfarotto, che in una intervista a Repubblica del 16 ottobre 2014 ha affermato: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik». Se dunque l’unione civile all’italiana è la “stessa cosa” del matrimonio non può escludere le adozioni.

Non si tratta di opinioni. Nell’attuale testo della Cirinnà le adozioni ci sono. Se anche qualcuno le togliesse, le reintrodurrebbero i giudici sulla base della giurisprudenza europea, non dopo anni o mesi ma dopo settimane. Chi promette «le unioni civili senza adozioni» promette una cosa giuridicamente impossibile. Le unioni civili senza adozioni sono un circolo quadrato. Non volete le adozioni? Votate contro le unioni civili. Il resto è soltanto chiacchiera.

 


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