Aiuti e clima Cara Africa, ma quanto ci costi?
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di Anna Bono07-12-2015 AA+A++

L’origine antropica del riscaldamento globale non è affatto dimostrata. Anche l’inarrestabile aumento delle temperature nei prossimi anni è una previsione scientificamente infondata. Non è neanche provato, oltre tutto, che un clima più caldo produca solo danni: in un bilancio tra costi e benefici, invece potrebbe risultare utile.  Bisogna capire allora come mai tanti capi di Stato e di governo siano pronti a gravare i loro Paesi, e quindi i loro connazionali, di spese enormi, dando per certo che gli Stati a basso livello di sviluppo abbiano subito danni imputabili a cambiamenti climatici provocati dagli stili di vita dei Paesi industrializzati: che perciò, così si pretende, devono chiedere scusa, risarcire le vittime, promettere di produrre e consumare meno e sborsare miliardi per ridurre in futuro i danni e sostenere gli oneri di quelli eventuali, ulteriori. 

«A Parigi dobbiamo mantenere le promesse che abbiamo fatto a Copenaghen e ottenere risultati concreti entro il 2020; i danni causati dai cambiamenti climatici in passato sono nostra responsabilità. La Cop 21 è l'occasione per tramutare in realtà le nostre belle teorie ed evitare che le temperature superino i 2 gradi. Ma sappiamo anche che i piccoli Stati insulari potrebbero dire che non è abbastanza». Sono parole del cancelliere tedesco Angela Merkel il giorno dell’inaugurazione della Cop 21, XXI Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, apertasi a Bourget, Parigi, il 30 novembre e tuttora in corso. Le promesse di cui parlava il cancelliere Merkel sono quelle dei Paesi industrializzati di pagare 100 miliardi di dollari all’anno a quelli poveri, almeno fino al 2020, perché possano prevenire e affrontare i cambiamenti climatici. 

Conosceremo solo l’11 dicembre, a fine lavori, il preventivo completo della Cop 21, ma non ci sono dubbi sul fatto che il conto sarà salatissimo. La Banca Mondiale, presentando pochi giorni prima della conferenza un proprio piano di intervento da 16 miliardi di dollari, in favore dei Paesi africani minacciati dal cambiamento climatico, ha osservato: «Se 16 miliardi sembrano tanti, teniamo conto che non agire adesso costerebbe molto, molto di più in futuro». Qualcosa del genere diranno anche i leader e i delegati mondiali riuniti a Parigi. C’è da considerare, però, che questo nuovo impegno finanziario, oltre che di assai dubbia utilità, si profila in un momento in cui i Paesi ad alto sviluppo ancora non sono usciti dalla crisi economica mondiale iniziata nel 2008-2009. Per di più, l’Assemblea generale dell’Onu ha appena approvato, a settembre, un progetto di proporzioni mai viste: gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” che inizierà nel 2016 e terminerà nel 2030, con 17 obiettivi da raggiungere per sconfiggere povertà, fame, malattie. 

I capitali che i Paesi, soprattutto ovviamente quelli ad alto sviluppo, si sono impegnati a fornire sono da capogiro. La previsione di spesa complessiva è di 15 trilioni di euro all’anno per 15 anni: che vanno ad aggiungersi ai fondi miliardari destinati già adesso ogni anno ad assistenza umanitaria, cooperazione allo sviluppo bilaterale e multilaterale, mantenimento dei tribunali internazionali e delle missioni di pace, finanziamento di negoziati di pace, conferenze e summit, sostegno alle operazioni militari dell’Unione africana, cancellazione del debito estero dei Paesi poveri altamente indebitati, assistenza a profughi, sfollati e rifugiati...e naturalmente il finanziamento dell’Onu  e di tutte le sue numerose agenzie, dalla Fao alla Banca Mondiale. Nel 2014 l’ammontare complessivo dell’assistenza ai Paesi poveri è stato di 135 miliardi di dollari: 118, quasi il 90%, sono stati forniti dai Paesi dell’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Per il prossimo anno, ad esempio, per le sole operazioni di peacekeeping è stato presentato un preventivo di 8,5 miliardi di dollari e l’Acnur, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha una previsione di spesa di circa sette miliardi di dollari. 

Intanto in Europa si riversano milioni di persone, profughi ed emigranti irregolari, quasi tutte bisognose di assistenza totale, a cui provvedono interamente i Paesi dell’Unione europea. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan il 25 novembre ha ammesso che in Italia l’emergenza immigrati irregolari nel 2015 ha avuto un impatto fiscale di 3,3 miliardi di euro, destinato a crescere ad almeno quattro miliardi nel 2016. Poi c’è l’emergenza jihad. Al di là dei costi della guerra all’Isis e della prevenzione di attentati terroristici, il jihad produce danni in vari settori economici: quello turistico, tra gli altri, che in Italia vale il 10% del Pil. Inoltre, creando incertezza e preoccupazione, può finire per incidere sugli andamenti dei mercati finanziari e delle materie prime. A lungo andare, gli effetti negativi del jihad sulle economie di Paesi già in affanno come quelli europei non potrebbero essere compensati dagli interventi della Bce per quanto energici. 

«Riusciremo o falliremo sul nodo dei finanziamenti», ha detto a Parigi il 4 dicembre l’ambasciatrice sudafricana Nozipho Mxakato-Diseko, a nome di decine di Paesi poveri membri del G77, «vogliamo sapere con certezza che i fondi e i trasferimenti di tecnologie ci saranno». Obiettivo imprescindibile: contenere l’aumento delle temperature entro i 2 gradi rispetto all’era preindustriale. 

 


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