Appunti per una riflessione sul linguaggio della Chiesa
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di Stefano Fontana e Riccardo Cascioli16-10-2013 AA+A++

Caro Direttore,

mi sembra che dal suo editoriale di ieri emergano indirettamente due grandi temi ai quali la Chiesa oggi non può sottrarsi, quello del linguaggio che adopera e quello dei media che usa. Vorrei soffermarmi brevemente sul primo.

Se io amo una persona e voglio tessere con lei una relazione, non posso prescindere dal dirle la verità. Viceversa non sarebbe né una relazione d’amore né una relazione. E’ anche vero, però, che se io mi pongo come primo obiettivo quello di agganciarla, di instaurare un rapporto, se le riversassi addosso tutta la verità finirei per impedire il rapporto stesso. Ho esemplificato così, in modo piuttosto rozzo, il grande problema del rapporto tra dottrina e pastorale.

L’ansia pastorale conduce a dare la precedenza all’instaurazione del rapporto. E’ come se stessi facendo un tratto di strada insieme ad un amico e la cosa che più mi interessasse fosse mantenere questa relazione con lui. In questo caso userei un linguaggio particolare, narrativo e non enunciativo, dialogante e non definitorio. Gli direi solo alcune cose e non tutte, perché per dirgli le altre ci sarà tempo, se il rapporto si mantiene.

In fin dei conti, ed esprimendomi ancora in modo molto rozzo, questo ha fatto il Concilio Vaticano II. Suo interesse era agganciare l’uomo contemporaneo e stabilire con lui una relazione. Per questo ha assunto un linguaggio nuovo, narrativo ed esistenziale, non ha preteso di esprimere tutta la dottrina della Chiesa e ha messo al primo posto non le questioni dottrinali ma le sfide pastorali.

E’ evidente che questa impostazione ha anche i suoi rischi. Il linguaggio non è mai cosa neutra. Tu credi di usarlo ed invece è esso che usa te. Adoperare nuove parole comporta anche esprimere nuovi concetti. La priorità data alla pastorale produce anche cambiamenti dottrinali. Se decido di non dire tutta la dottrina, per non precludermi già in partenza il rapporto con l’interlocutore, quali parti sceglierò? E questa scelta non ha delle ripercussioni sull’insieme del messaggio trasmesso? Il Vaticano II, infatti, voleva essere pastorale, ma è stato anche dottrinale, anche se non dogmatico. E nei suoi testi ci sono delle “discontinuità” non solo di linguaggio ma dottrinali, anche se si tratta di discontinuità “apparenti”, quindi dentro la permanenza dei principi, come ha detto Benedetto XVI.

Se io, per non pregiudicare il contatto con l’altro, seleziono le cose da dirgli, o gli dico solo quelle che lui vuole sentirsi dire, oppure adopero un linguaggio impreciso ed sfumato, accadrà che la pastorale rifarà la dottrina e, in certi casi estremi, che essa stessa si farà dottrina. Se un tempo si andava dalla dottrina alla pastorale, in modo forse eccessivamente applicativo, oggi si corre il rischio di affidare alla pastorale compiti dottrinali che non le sono propri. Si finisce anche per non vedere la pastoralità della dottrina. Gli epistemologi dicono che non c’è niente di più pratico che una buona teoria. Fatte le debite distinzioni, ciò vale anche per il cristianesimo.

Ci sono infatti due teorie in proposito. Secondo una di queste la pastorale viene dopo la dottrina. “Ogni elemento pratico si radica in uno teoretico e lo presuppone” (Joseph Pieper) in quanto il vero è la misura dell’agire. Secondo l’altra, accade il contrario: la pastorale non è meramente applicativa ma è essa stessa dottrina, perché la verità non esiste che in una relazione contestualizzata. Questa mi sembra essere la posizione di Rahner, che suscita però diverse perplessità. Poi, naturalmente, ci sono varie posizioni intermedie.

Si può porre la questione anche nel modo seguente. Non si può – si dice – instaurare una relazione cristiana se prima non si è stabilita una relazione umana. Però è anche vero che da una relazione solo umana non si arriverà mai per aggiunta o per innesto ad una relazione cristiana. Il cristiano non è l’uomo più qualcos’altro. Il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe non è il Dio dei filosofi più qualcos’altro. Come potrebbe questo qualcos’altro essere significativo, e non solo decorativo, semplicemente aggiungendosi? O c’è fin dall’inizio, dal primo sguardo e dalla prima parola, o non c’è più nemmeno in seguito. Nei gesti e nelle parole di un Santo c’è tutta la pastorale perché c’è anche tutta la dottrina.

Ritengo necessaria una riflessione ulteriore sul linguaggio che la Chiesa adopera, perché le questioni relative alle parole non sono mai solo questioni grammaticali.

Stefano Fontana

Caro Fontana,

le sue osservazioni sono preziose perché nel sottolineare la necessaria unità della persona, mettono in rilievo tutto il limite di certe interpretazioni molto interessate agli interventi di papa Francesco. Infatti in molti propongono un dualismo di fatto tra dottrina e pastorale, tra dottrina e accoglienza dell'altro (come se peraltro l'accoglienza non fosse anch'essa parte della dottrina). Ma un conto è condannare un uso della dottrina e del Magistero analogo al modo in cui i farisei trattavano la Legge (ed è questo che mi pare il Papa faccia) e un conto pretendere di dimenticare la dottrina nel momento in cui si incontrano i cosiddetti lontani. Sarebbe come voler guidare l'auto mettendo da parte il Codice della Strada. Non è che lo ripeteremo tutto a ogni incrocio o segnale che incontriamo, ma il Codice deve comunque esserci ben presente in testa per poter agire nel modo corretto nella singola circostanza. L'alternativa è guidare come un pazzo e provocare incidenti irreparabili.

Non dobbiamo poi dimenticare che se il Cristianesimo è una vita, la dottrina non è anzitutto un corpo di leggi e prescrizioni a cui obbedire, ma i criteri che indirizzano il mio agire e mi portano a vivere pienamente il mistero di Cristo. E' ciò che mi pare intendesse papa Francesco ad Assisi lo scorso 4 ottobre, quando ai giovani sottolineava la necessità della testimonianza: con la vita e, solo se necessario con le parole, come diceva San Francesco di Assisi.

Riccardo Cascioli


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