Berlusconi spiato. Ora toccherà anche a Renzi?
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di Ruben Razzante25-02-2016 AA+A++

Nei giorni scorsi, sulla prima pagina di Repubblica, campeggiava una notizia inquietante: l’Nsa, agenzia per la sicurezza nazionale americana, che dipende dalla Casa Bianca, nel periodo più turbolento del governo Berlusconi (2011), ascoltava le telefonate del premier italiano e di suoi fedeli collaboratori. I file Wikileaks di quelle conversazioni intercettate sono usciti, e bisognerebbe chiedersi perché proprio ora, dall’archivio segreto di qualche ministero di Washington, e sono finiti sui giornali italiani.

I dietrologi più scaltri hanno un sospetto: visto che ormai Berlusconi è praticamente fuori dalla politica attiva, che senso ha portare a galla oggi un’informazione così destabilizzante? Viene il sospetto che si tratti di un avvertimento a Renzi. Le coincidenze non mancano. É vero che la tempesta finanziaria abbattutasi nel 2011 sull’Italia e che costrinse di fatto Berlusconi alle dimissioni non può essere paragonata a quella, decisamente più modesta, delle ultime settimane. Tuttavia, la situazione finanziaria internazionale appare meno rosea di qualche settimana fa e, soprattutto nel Vecchio Continente, le nubi sembrano addensarsi all’orizzonte, soprattutto per quanto riguarda il sistema bancario e le tensioni tra gli Stati europei.

Il premier italiano ha assicurato che l’Italia chiederà spiegazioni agli Usa. La Farnesina ha convocato l’ambasciatore americano. Ma si tratta di reazioni di circostanza e a dir poco doverose, considerata la gravità delle informazioni emerse e che integrano gli estremi di uno spionaggio politico realizzato dagli Usa nei confronti di un Paese alleato. Com’era prevedibile, l’America ha reagito gettando acqua sul fuoco: «Ogni Paese fa intelligence. Le nostre erano intercettazioni solo per motivi di sicurezza nazionale». 

Ma la verità è un’altra. Gli Usa avevano un indubbio interesse a intercettare le telefonate tra Berlusconi e il premier israeliano Netanyahu in un momento in cui i rapporti tra Israele e gli Usa erano tesi. Gli Usa non erano indifferenti al fitto dialogo tra Berlusconi e Putin che parlavano del famoso progetto di un oleodotto per pompare in Italia petrolio e gas. La Casa Bianca era forse un tantino infastidita da una politica estera italiana troppo disallineata rispetto al volere Usa per quanto riguarda il Medio Oriente. Ma tutti questi elementi bastano a spiegare e a giustificare un “Grande Fratello” americano perennemente attivo nei palazzi del potere italiano?

I risvolti di questa notizia sono di tipo giuridico e di tipo politico. Sul piano del diritto, come ha pure ricordato ieri il presidente dell’Autorità Garante della privacy, Antonello Soro, la tutela della privacy dei dati sensibili va posta al centro dell’agenda ed è la misura della qualità di una democrazia. Un ordinamento giuridico non può non mettere al primo posto la difesa del valore della riservatezza dei cittadini, spesso sacrificata sull’altare della lotta al terrorismo. In nome di quest’ultima sono spesso state commesse gravissime violazioni dei diritti fondamentali attraverso misure di controllo generalizzato (raccolte di dati massive e molto spesso inutili a fini di analisi).

Sul piano politico, si configura una sorta di “colonizzazione” cogente dell’Italia e un’eccessiva limitazione di sovranità, peraltro inspiegabile sulla base di una consolidata e collaudata alleanza con gli Usa. Far cadere il governo Berlusconi nel 2011 non dispiaceva di sicuro a Merkel e Sarkozy, ma evidentemente la cosa fu resa possibile anche da un sostanziale consenso da parte degli americani. Oggi in Europa si è ricreato un certo clima ostile al governo italiano in carica e negli Usa il vento sta cambiando. Le elezioni di quest’anno potrebbero vincerle i repubblicani e a quel punto Renzi perderebbe la sponda Oltreoceano.

É comprensibile che il centrodestra chieda una Commissione d’inchiesta su quanto emerso nei giorni scorsi. Al di là delle appartenenze politiche, però, bisognerebbe riflettere sui condizionamenti internazionali delle scelte politiche operate in sede nazionale. Un Paese come il nostro, a prescindere da chi sieda a Palazzo Chigi, potrà mai avere l’autonomia necessaria per prendere decisioni nell’interesse generale senza dover dar conto a poteri forti che agiscono fuori dai nostri confini? 

È questo l’interrogativo di fondo che bisognerebbe porsi. Qualcuno se lo pose già nel 1992, all’epoca di Tangentopoli, e finì col rispondere che forse si era trattato di un colpo di Stato. L’impressione è che situazioni come quella si siano ripetute varie volte negli ultimi anni. Con gli stessi protagonisti o quasi e, soprattutto, con gli stessi obiettivi di destabilizzazione.

 

 


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