Caccia agli "omofobi". Anche a San Marino
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di Gabriele Mangiarotti*28-07-2014 AA+A++

A volte la realtà supera di gran lunga la fantasia. È accaduto a San Marino, l’«antica terra della libertà», a cui forse bisognerà cambiare il nome in «La nuova terra della dittatura del pensiero unico».

Che è successo? In Repubblica vige una interessante caratteristica, retaggio forse di una antica concezione della responsabilità dei capi famiglia in ordine al governo della cosa pubblica. Ad ogni cambio dei Capitani Reggenti (chi non vive in Repubblica sappia che questo accade ogni sei mesi) è possibile presentare ai nuovi rappresentanti dello Stato delle «Istanze d’Arengo» che, se ritenute degne di essere prese in considerazione, vanno discusse entro la fine del mandato degli stessi Capitani Reggenti.

Con queste ultime nomine dei Reggenti, sono state, tra le altre, presentate due istanze che, se approvate, stravolgerebbero tutta la tradizione normativa della Repubblica. Si tratta della proposta di depenalizzare l’aborto e di riconoscere le coppie omosessuali, dando loro veste giuridica. Come in ogni Stato democratico che si rispetti, questo sta suscitando un dibattito pubblico, che mette in campo le diverse posizioni, sia di chi è favorevole, sia di chi è contrario. Vista la delicatezza delle questioni in gioco, il dibattito è acceso e coinvolge molte realtà, sia personalmente che associativamente.

Ora è accaduto che, di fronte alle perplessità suscitate dall’ipotesi di dare veste giuridica al cosiddetto “matrimonio omosessuale”, la reazione di alcuni sia stata quella di considerare soggetti con particolari problemi mentali coloro che si sono battuti e si stanno battendo per affermare che questo non è un “diritto civile”, anzi, si tratterebbe di un caso di “inciviltà”. Non solo, ma di fronte a chi si professava cattolico pur sostenendo posizioni in contrasto con la dottrina della Chiesa, non veniva accettata l’idea che non si è cattolici per “autocertificazione”, sostenendo così che la fede cattolica e la Dottrina sociale sono un optional che si può tranquillamente rinnegare senza conseguenze disciplinari né dottrinali. Ma la cosa più sorprendente è stata la reazione di un politico sammarinese che, di fronte all’articolo di un professore cattolico che, semplicemente, riportava i commi del Compendio della Dottrina Sociale cattolica, si è espresso con tale volgarità e virulenza da fare pensare ai tempi bui delle dittature sovietiche e naziste. Arrivando pure a chiedere la rimozione dall’insegnamento di questo degnissimo professore in quanto “omofobo” dichiarato.

Non pensavo che in una civile convivenza si potesse arrivare a tanta intolleranza e tracotanza. È vero, i solerti difensori dei cosiddetti “nuovi diritti” sembra che siano in crisi con i “vecchi diritti”, e che quindi la libertà di opinione non sia tra i diritti costituzionali consentiti a chi pensa in maniera difforme dal loro “pensiero unico”. Nell'Urss del passato «la repressione del dissenso prevedeva il licenziamento dal lavoro, la cacciata dalle scuole, l’arresto, la privazione della cittadinanza e la detenzione in ospedali psichiatrici o nei gulag. L’articolo 58 del Codice penale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa che riguardava chi “tradiva” lo Stato, promulgato nel 1927, prevedeva un massimo di 25 anni di carcere. Nel 1966 fu inoltre sancito che la pubblicazione di “notizie false” fosse punibile con la reclusione fino a tre anni». Oggi sembra proprio che noi non possiamo essere da meno.

Non sono fantasie, ecco che cosa questo esponente politico sammarinese arriva ad affermare: «Mi chiedo invece se sia civile mantenere in servizio un docente dichiaratamente omofobo [e prima lo aveva definito «omofobo certificato»], che avendo a che fare con ragazzi poco più che adolescenti, e considerando il dato Istat secondo cui in Italia la popolazione omosessuale è attorno al 7%, non potrà che trasmettere la sua frustrazione repressa anche agli studenti!»

Colpisce negativamente notare che in un momento in cui ci si confronta rispettosamente sulle varie posizioni ci sia – ancora – chi sa solo usare le armi della intolleranza, salvo poi rivolgere la stessa accusa agli oppositori. Lo avevamo visto con il giornalista Ostellino, lo abbiamo visto con l’industriale Barilla, lo si vede continuamente. Ma che cosa ne sarà di una società dove la «dittatura del relativismo», il dominio del «pensiero unico» sembrano avere paladini nei centri di potere, nel cosiddetto «Palazzo»? Come si prospetta triste il futuro delle nuove generazioni, se d’ora in poi coloro che hanno a cuore il vero bene comune della società staranno zitti. Non possiamo tacere, non possiamo rassegnarci, e se qualcuno ci dirà che è una battaglia persa in partenza, non ci fermeremo lo stesso. Meglio vivere a testa alta che essere conniventi della ingiustizia, della menzogna e della prepotenza.

*Responsabile di CulturaCattolica.it


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