Carlos Carralero smonta il mito di Fidel Castro
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di Stefano Magni13-11-2013 AA+A++

Carlos Carralero, cubano, esule in Italia dal 1995, non si piega ai miti della “Cuba felix” tanto povera quanto romantica, governata da più di mezzo secolo da un dittatore che non pochi vorrebbero anche qui. Carralero, biologo in origine, guida turistica per necessità, scrittore e attivista dei diritti umani per convinzione, ha deciso di dedicare il suo nuovo libro proprio al lìder maximo: Fidel Castro, l’abbraccio letale (editore Greco&Greco). Lo ha fatto da figlio di un rivoluzionario, membro del movimento “26 Luglio” di Frank Paìs, deluso e disilluso da una rivoluzione che considera “tradita” sin dal primo giorno di dittatura. Su Cuba reggono da mezzo secolo almeno tre dogmi della fede castrista: il regime è ateo ma si è riconciliato con la Chiesa negli ultimi 20 anni; il regime ha le sue pecche, ma almeno ha messo in piedi uno dei migliori sistemi sanitari del mondo; i cubani sono poveri, ma la colpa è solo dell’embargo americano. Carlos Carralero, raggiunto per telefono, smonta tutti e tre questi luoghi comuni.

«Castro è stato abile ad accogliere con il massimo della cordialità possibile sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI. Ma la sua idea sulla Chiesa non è mai cambiata. Non bisogna dimenticare l’origine del regime: nel 1959, i primi ad essere espulsi dall’isola sono stati i religiosi stranieri. Chiuse le chiese e gli edifici cattolici e fece di tutto per costringere i cubani a rinunciare alla fede. E quando rinunci alla tua fede non hai più alcuna protezione contro il regime. Alla fine degli anni ’70 i cubani realizzarono che la rivoluzione non li avrebbe più portati da nessuna parte, che tutte le promesse sarebbero state disattese. E allora la gente ricominciò a rifugiarsi di nuovo nella religione, segretamente. Si ritrovavano in case private, allestite con un altare improvvisato per celebrare la messa. Frequentare la chiesa, comunque, è sempre stato molto difficile. Io sono battezzato, ma volente o nolente, non ho potuto essere praticante.

«I religiosi, di tutte le chiese, così come tutti coloro che erano sospettati di non voler accettare la nuova dottrina del regime, negli anni ’60 furono perseguitati, inviati nei campi di lavoro (Umap, l’equivalente cubano dei gulag sovietici) a tagliare canne da zucchero. I vertici della Chiesa cattolica cubana sono rimasti sempre silenti sulla repressione, anche negli anni ’90. C’è praticamente un’unica eccezione, quella di Pedro Claro Meurice Estiú, vescovo di Santiago, che durante la visita di Papa Giovanni Paolo II, davanti a Raul Castro, ha criticato apertamente il regime. E per questo è stato applaudito subito e ringraziato da tutti i fedeli cubani. La cosiddetta riconciliazione del regime dell’Avana con la Chiesa fa parte della sua consueta politica pragmatica. Lo fa perché gli conviene: come per la parziale apertura all’emigrazione, è solo una facciata. Dichiaratamente apre alla libertà di religione perché è diventato troppo difficile combattere frontalmente il dissenso».

Passando al secondo luogo comune, quello della sanità vista come “fiore all’occhiello” di Cuba, «È la grande menzogna: un regime a partito unico, che controlla radio, televisione, stampa, che filtra ogni informazione, è riuscito a nascondere la realtà della sua sanità e di promuovere l’immagine di “potenza medica”. Fin dagli anni ’70 milioni di rubli che arrivavano dall’Unione Sovietica, sono stati usati anche per formare ottimi medici. E la tradizione sanitaria, a Cuba, è di lunga data, ben precedente alla rivoluzione. Per fantasia, umanità e ingegno, i medici di Cuba, anche all’inizio del secolo scorso, erano i migliori dell’America latina. Nei primi anni ’50 la sanità cubana superava quella argentina. La mortalità infantile era già fra le più ridotte del sub-continente. Oggi? Personalmente, io non conosco una sola persona che sia entrata in un ospedale con un problema grave (come un infarto, un ictus o un tumore) che si sia salvata. La mortalità infantile? Si parla solo dei neonati salvati, ma non ci sono dati sulle migliaia e migliaia di aborti.

«Quando Hugo Chavez ha preso il potere in Venezuela e il “bolivarismo” è attecchito in altri Paesi latino-americani, 30mila medici cubani sono stati mandati in Venezuela, Bolivia ed Ecuador. Chavez contraccambiava pagando Cuba col petrolio. Ma gli ospedali a Cuba continuavano ad essere fatiscenti: igiene, nutrizione, equipaggiamento sono tutti ai minimi livelli. Sarebbe troppo lungo fare un elenco completo di casi che conosco, mi limito a dire che è normale portarsi da casa cibo, lampade elettriche, lenzuola e fili di sutura quando si va in ospedale: perché lì manca tutto. C’è una malattia che è sintomo di una pessima sanità: il dengue. Castro ha dato la colpa a fantomatiche “armi batteriologiche” americane e in compenso ha bombardato le città di pesticidi, per eliminare gli insetti portatori della malattia. I prodotti chimici usati hanno iniziato a contaminare anche le persone, causando diffusi problemi respiratori».

Ma la povertà di Cuba è causata soprattutto dall’embargo degli Usa? «Questo è il classico grande alibi del regime. Negli anni ’80, quando, da guida turistica, accompagnavo i turisti in giro per il Paese, loro facevano acquisti in dollari, in negozi speciali dove trovavano di tutto. Qualunque merce, anche cose introvabili come l’aspirina americana, lì poteva essere comprata. Da dove arrivava tutta quella roba, se non dagli Stati Uniti? A partire dal 2007 gli Usa sono diventati il quinto partner commerciale del regime cubano. Dal 2011, a Cuba entrano più di 5 miliardi di dollari dagli Usa, ogni anno: turisti, rimesse degli emigrati e commercio. Parlare di embargo (e qualcuno usa ancora la parola “blocco”, come ai tempi della crisi dei missili del 1962) è pura fantasia. Il problema del regime di Castro è nascondere il fatto che, dalla rivoluzione in poi, non ha contribuito a migliorare niente. Tutto è in decadenza e qualunque settore sta peggiorando, vittima della pianificazione economica, che è un modello fallito ovunque sia stato applicato, in Urss e in tutti gli altri Paesi comunisti. Basta vedere come il sistema economico cubano ha ridotto una città bellissima come L’Avana in una rovina».


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