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di Massimo Introvigne16-01-2013 AA+A++

Il 15 gennaio 2013 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – di cui va sempre ricordato che non ha nulla a che fare con l’Unione Europea, posto che deriva da una convenzione cui hanno aderito tutti i Paesi che fanno parte geograficamente dell’Europa, anche quelli non comunitari – ha reso la sua attesa decisione sul caso di Nadia Eweida. Molti ricorderanno di che si tratta.
Nel 2006 un’impiegata addetta al check-in della linea aerea britannica British Airways fu licenziata perché insisteva nel portare al collo – senza nasconderla in modo da renderla invisibile al pubblico – una catenina con una piccola croce d’argento.

I tribunali britannici considerarono legittimo il provvedimento contro Nadia Eweida, una copta ortodossa di origine egiziana, che però si rivolse alla Corte Europea. Nel frattempo diverse organizzazioni internazionali, e la stessa Santa Sede, avevano criticato l’atteggiamento della British Airways, che nel 2007 cambiò il suo regolamento, ammettendo che i suoi dipendenti mostrassero piccoli simboli religiosi e di conseguenza riassumendo la signora Eweida.

L’impiegata ha però continuato per ragioni di principio a coltivare la sua causa presso la Corte Europea, che le ha ora dato ragione, ritenendo che la sua libertà religiosa debba prevalere sull’interesse della British Airways a imporre regolamenti restrittivi riguardo alle proprie uniformi, tanto più in un Paese come la Gran Bretagna che – a differenza della Francia – non conosce nel suo diritto norme generali che vietino l’esibizione di simboli religiosi in specifici luoghi di lavoro.
La signora Eweida si è anche vista riconoscere 32.000 euro a titolo di danni e contributo spese.

Tutto è bene dunque quello che finisce bene? Non proprio. La Corte Europea ha riunito a quello della signora Eweida altri tre casi britannici, decidendoli tutti negativamente per i ricorrenti. Il primo sembra simile a quello Eweida, ma secondo la Corte è diverso.
Qui la ricorrente era un’infermiera, Shirley Chaplin, cui il suo ospedale di Exeter aveva ingiunto di rimuovere una catenina con una croce. Le autorità ospedaliere hanno sostenuto che la croce poteva essere pericolosa, per esempio venendo a contatto con una ferita aperta, o se un paziente avesse deciso di afferrarla per tentare di sollevarsi. La Corte ha ritenuto che non si tratti di pretesti, e che l’ospedale è in una posizione migliore dei giudici di Strasburgo per decidere questioni di tipo precauzionale e fattuale, dando quindi torto all’infermiera Chaplin.

Se nel caso Chaplin la Corte – pur ragionando in modo piuttosto formalistico – aveva qualche ragione per rigettare il ricorso, lo stesso non si può dire per i casi di Lilian Ladele e Gary McFarlane.
La signora Ladele era un’impiegata municipale a Londra che si occupava di condurre matrimoni civili. Nel 2007, dopo che la Gran Bretagna aveva introdotto la celebrazione di unioni civili tra omosessuali, l’impiegata obiettò che la sua coscienza di cristiana le impediva di celebrarle. Dal momento che la legge britannica non prevede la possibilità di obiezione di coscienza in questi casi, fu licenziata.
McFarlane è uno psicologo altamente qualificato specializzato nella terapia di coppie con problemi sessuali, che lavorava per un’organizzazione privata. Nel 2008 fu sottoposto a un’indagine e licenziato dal suo datore di lavoro, in quanto si rifiutava di prestare la sua assistenza a coppie omosessuali per migliorare la qualità dei loro rapporti sessuali, ritenendo che le sue convinzioni cristiane gli impedissero questo genere di consulenza professionale.

La Corte ha ritenuto che spetta ai tribunali nazionali decidere su quale debba prevalere tra due diversi diritti entrambi protetti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo così come interpretata dalla giurisprudenza della stessa Corte, il diritto degli omosessuali a non essere discriminati e il diritto alla libertà religiosa, e che nei casi Ladele e McFarlane i tribunali che hanno dichiarato legittimo il loro licenziamento non hanno violato la Convenzione.
Se nel caso McFarlane la decisione della Corte – pur criticabile – è meno grave, in quanto lo psicologo lavorava per un’organizzazione privata, nel caso Ladele la Corte ha mostrato pericolosamente che, quando si tratta di matrimoni e unioni omosessuali, i giudici di Strasburgo ritengono che la libertà religiosa possa essere messa fra parentesi, negando il diritto all’obiezione di coscienza a pubblici funzionari. Lo hanno fatto notare, coraggiosamente, nella loro «dissenting opinion» che cita tra l’altro il primato della coscienza rivendicato da un illustre britannico, il beato cardinale John Henry Newman (1801-1890), due giudici i cui nomi meritano di essere ricordati, il montenegrino Nebojsa Vucinic e il maltese Vincent A. De Gaetano. Si tratta di una tematica molto grave.

Ricevendo il 7 gennaio i rappresentanti del Corpo Diplomatico, Benedetto XVI ha affermato che negare il diritto all’obiezione di coscienza in casi che hanno a che fare con i principi non negoziabili relativi alla vita e alla famiglia significa svuotare di contenuto la libertà religiosa dei cristiani. «Questa “frontiera” della libertà – ha detto in quell’occasione il Papa – tocca dei principi di grande importanza, di carattere etico e religioso, radicati nella dignità stessa della persona umana. Essi sono come i “muri portanti” di ogni società che voglia essere veramente libera e democratica. Pertanto, vietare l’obiezione di coscienza individuale e istituzionale, in nome della libertà e del pluralismo, paradossalmente aprirebbe invece le porte proprio all’intolleranza e al livellamento forzato».


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«Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. (Lc  9,51-56)



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