C'è chi ritiene sia giusto aggredire le Sentinelle in Piedi
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di Alfredo Mantovano03-06-2014 AA+A++

Gli Lgbt non le mandano a dire. Se hanno un pregio è di parlare chiaro. A poche ore dalla performance in quel di Lecce, su cui questa testata ha puntualmente informato ieri, giungono la rivendicazione e la giustificazione: “Partiamo dal presupposto che la nostra era una contromanifestazione, quindi viene naturale immaginare che non fosse autorizzata dalla Questura – altrimenti, che contromanifestazione sarebbe?” Così, d’esordio, l’associazione LeA-Liberamente e Apertamente, che preannuncia su Facebook un comunicato congiunto con le altre sigle di area. E poi: “Le organizzatrici della veglia leccese forse non sanno che le contestazioni alle sentinelle si sono svolte anche in altre città italiane, con diverse modalità, però tutto il caos mediatico che hanno generato qui da noi, diffondendo informazioni distorte, non era mai avvenuto prima di oggi.”

Ancora: “la nostra manifestazione aveva come scopo la corretta informazione sul ddl Scalfarotto. Abbiamo scelto la modalità dell'azione di disturbo per smuovere le menti e le coscienze innanzitutto dei partecipanti alla veglia, molti dei quali – soprattutto i più giovani – hanno rotto lo schema del silenzio e hanno cercato il confronto con noi perché non erano ben informati del significato della veglia.” Infine, dopo aver lamentato ingiurie ricevute su Facebook (che non si capisce che cosa c’entrino i partecipanti alla veglia leccese), la conclusione: “a queste provocazioni mediatiche, rispondiamo con un invito alle organizzatrici delle sentinelle ad un confronto faccia a faccia tra noi e loro”.

W la sincerità! Apprezzabile quanto quella dell’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio Scalfarotto, quando nell’agosto 2013 non usò mezze parole per dire a L’Espresso che dopo il suo d.d.l. sarebbe stato il turno del matrimonio fra persone dello stesso sesso: come sta accadendo col testo sulle unioni civili, nella sostanza un paramatrimonio, in discussione al Senato nello stessa Commissione Giustizia in cui si tratta della legge sull’omofobia. Senza peli sulla lingua, gli Lgbt:

-rivendicano di poter svolgere senza preavviso “contromanifestazioni”, impedendo che altri, nella specie Sentinelle in piedi, che invece alla polizia hanno dato avvisi e concordato luoghi e orari, svolgano le loro, e in tal senso parlano di “azione di disturbo” necessaria. Questo vuol dire che, in ossequio al principio di eguaglianza, le regole valgono per gli altri: noi – cioè “loro” – facciamo quello che ci pare;
- si meravigliano di come chi ha organizzato la veglia a Lecce non gradisca la contestazione: ma come, c’è stata in tante altre città italiane, perché vi lamentate? Anzi, rispettate la prassi che si consolida di allestire manifestazioni e di vedersele disturbate dagli Lgbt!
- trovano singolare che il loro intervento abbia generato “caos mediatico”: caos in piazza sì, animato da loro, descrizione del caos sui media no. In coerenza con le “linee-guida” per i giornalisti varate dall’Unar nel dicembre 2013, nel punto in cui prescrivevano ai fotografi che vanno ai Gay pride di non riprendere persone “luccicanti e svestite”!
- teorizzano l’“azione di disturbo” “per smuovere le menti e le coscienze”, e in tal senso invitano le giovani organizzatrici della veglia leccese a un confronto “faccia a faccia”.

Si chiede dal suo blog Mario Adinolfi: “E se fossero state cinquanta Sentinelle ad andare a irridere una manifestazione Lgbt? Cosa avrebbero scritto quei quotidiani? Avrebbero parlato di "flashmob"? O avrebbero raccontato una "aggressione omofoba" alla manifestazione Lgbt?” Domande retoriche: chi solo tentasse – non per un’ora, come è accaduto a Lecce – di ostacolare una manifestazione Lgbt sarebbe bloccato e portato in questura. Se si giustificasse dicendo che altrove c’erano già stati disturbi e molestie, riceverebbe una contestazione di recidiva. Se protestasse contro la pubblicazione della sua foto sui media come “mostro della settimana”, sarebbe accusato di violazione della libertà di informazione. Se aggiungesse che il suo gesto era per smuovere menti e coscienze, gli verrebbero imputati i “motivi abietti e futili”.

Per concludere. Come si deve essere grati agli Lgbt della loro sincerità, così non si può lasciar cadere il loro invito a trattare temi delicatissimi attraverso il confronto. Chi difende le ragioni della famiglia e della libertà non chiede altro. Purché il confronto sia fondato non sulle urla, ma sull’esame delle norme esistenti e di quelle che si vorrebbero introdurre. Purché sia diretto a tutelare la dignità di ogni persona da qualsiasi discriminazione e a garantire la libertà di opinione e di educazione. Purché sia rispettoso: non c’è rispetto quando ci si vanta che per affermare le proprie tesi si impedisce una manifestazione, e che per contestare le tesi altrui si disturba chi, per il semplice fatto che è in silenzio e con un libro in mano, invita alla riflessione.


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