C'è un giudice a Milano: respinto il matrimonio gay
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di Gianfranco Amato06-09-2014 AA+A++

Per ogni magistrato “creativo”, quando non eversivo, che ama lasciarsi sedurre dalle luci della ribalta straziando le norme, ve ne sono tantissimi, (la stragrande maggioranza, per nostra fortuna), che silenziosamente svolgono il proprio dovere. Cominciando dal primo dei doveri, ovvero quello di rispettare e far rispettare la legge. 

Prendiamo l’esempio del celebre precedente di Grosseto, ossia il decreto del Tribunale maremmano che aveva autorizzato la trascrizione di un matrimonio omosessuale contratto all’estero. Un’evidente errore giudiziario, peraltro giustamente impugnato dal pubblico ministero, che l’abile propaganda massmediatica ha trasformato, per l’opinione pubblica, in un coraggioso gesto di supplenza della politica ignava, un epocale traguardo di civiltà volto a spalancare le porte al riconoscimento dei matrimoni gay stipulati all’estero. L’enfasi aveva persino contagiato la politica locale con il sindaco di Grosseto pronto a dare esecuzione al provvedimento, registrando il matrimonio all’anagrafe, e grato alla Provvidenza per essersi potuto intestare il primato. Nessuno ha poi detto, però, che in tutti gli altri Tribunali d’Italia si continua ad applicare la legge, respingendo le inopinate richieste di trascrizione provenienti da coppie omosessuali. 

É il caso di uno dei tribunali più importanti d’Italia, ovvero quello di Milano. La sezione IX civile di quell’Ufficio giudiziario ha in materia una consolidata giurisprudenza. Ne fa fede l’ultimo decreto emesso lo scorso 17 luglio, con cui è stato confermato che Il matrimonio tra persone dello stesso sesso celebrato all’estero non è trascrivibile nei registri dello Stato Civile in Italia. Il provvedimento è talmente ben motivato che merita di essere integralmente letto: clicca qui.  

Di questa ineccepibile decisione, come di molte altre identiche, ovviamente è inutile cercare traccia sulla stampa. É vero, come diceva il filosofo cinese Lao Tzu, che fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce, ma in questo caso la malafede della manipolazione comunicativa è davvero insopportabile. L’intollerante ideologia del politically correct, specie in tema dei cosiddetti diritti Lgbt, dimostra una capacità mistificatoria nell’uso spregiudicato, violento e strumentale dell’informazione che fa venire i brividi. Scegliere una pronuncia giudiziaria sbagliata perché appare trendy e presentarla come una perla del diritto per indurre nell’immaginario collettivo l’idea che questo sia il progresso, è un’operazione degna dei comunicatori del Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda guidati dal dottor Joseph Goebbels. Sì, proprio quel malefico genio della propaganda, che conoscendo bene la tecnica della Große Lüge, (Grande Bugia) era convinto che ripetere in continuazione una cosa falsa significava trasformarla in verità agli occhi dell’opinione pubblica. Tecnica efficace e sempre attuale.

Ps. I giuristi soi-disant cattolici che insistono nel sostenere che non si possono imporre ad altri modelli valoriali, che occorre prendere atto della realtà, che è inutile ingaggiare battaglie di retroguardia sui principi non negoziabili, dovrebbero frequentare un po’ di più le aule giudiziarie. Si accorgerebbero che quella esaminata dalla IX Sezione del Tribunale di Milano è la realtà con cui occorre fare i conti.

 

 


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