Charlie ostaggio della burocrazia giuridica
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di Ermes Dovico14-06-2017 AA+A++

C’è ancora speranza per il piccolo Charlie Gard, sebbene la sua vita continui a essere appesa a un filo e legata fin qui al mero rispetto di procedure formali. Con una decisione comunicata ieri pomeriggio, la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), composta nell’occasione da sette giudici, ha chiesto al Regno Unito di continuare a fornire il supporto vitale al bambino fino alla mezzanotte di lunedì 19 giugno, in attesa che i legali dei genitori presentino un ricorso completo, che potrebbe far slittare ulteriormente l’interruzione delle cure per dare il tempo ai magistrati di valutare il caso.
 
Quella di ieri non è perciò una decisione nel merito, bensì una proroga della misura provvisoria inizialmente stabilita venerdì 9 (in conseguenza del verdetto di giovedì della Corte Suprema britannica), sulla base dell’articolo 39 del regolamento della Cedu. Secondo questa norma, la Corte di Strasburgo “può indicare misure obbligatorie per lo Stato interessato”, da applicare solo in casi eccezionali, qualora “il ricorrente sia esposto a un rischio reale di un danno grave e irreversibile in assenza delle misure in questione”. E la Cedu ha ovviamente e correttamente valutato che, in assenza della proroga, al Great Ormond Street Hospital di Londra avrebbero interrotto le normali cure per Charlie, causandone la morte.
 
Essendo in gioco la vita del bambino, il 6 giugno e cioè tra il secondo e il terzo grado di giudizio britannico, i legali dei genitori avevano anticipato il loro ricorso – necessariamente parziale - alla Corte europea, seguendo la speciale procedura prevista in casi d’emergenza come questo, quando cioè sussiste il rischio di un’attuazione immediata della sentenza interna. Normalmente, infatti, la Cedu può essere adita solo quando sono state tentate tutte le vie di ricorso interne. Con la decisione di ieri, insomma, i giudici di Strasburgo hanno semplicemente applicato quanto previsto dal regolamento, spiegando che il ricorso dei Gard va completato (andrà integrato innanzitutto con il pronunciamento sfavorevole della Corte Suprema e con le motivazioni che spingono a impugnarlo) prima di poter prendere una decisione nel merito del caso, e assicurando così almeno altri sei giorni di cure al bambino.
 
Considerato il contesto folle che ci troviamo a commentare, già questa semplice e corretta applicazione di una prassi procedurale è una buona notizia, alla luce di tutte le ingiustizie che Charlie sta subendo dalla comparsa dei principali sintomi della malattia, con il piccolo che è diventato ostaggio dell’ospedale londinese e i giudici britannici che gli hanno negato il diritto e la speranza di vivere, impedendo ai genitori di tentare una cura sperimentale negli Stati Uniti. Al tempo stesso, chiaramente, va ribadito che è inconcepibile questo conto alla rovescia sulla vita di un bambino, il farne dipendere la possibilità di vivere da un tribunale e prima ancora da medici cinici che stanno tradendo la loro vocazione.
 
Non solo queste persone si rifiutano di accettare ogni risposta di senso al dolore innocente e assecondano così una cultura della morte per la quale la vita sarebbe degna solo in base alla sua funzionalità e alla sua “qualità”, ma rifiutano di dare a Charlie quella possibilità che la stessa medicina potrebbe offrirgli. “Il dottore in America ha detto di credere che non c’è nessuna ragione per cui la cura non dovrebbe funzionare per Charlie. Ogni genitore combatterebbe. Noi non possiamo arrenderci sapendo che esiste una terapia che potrebbe salvargli la vita”, ha detto mamma Connie.
 
I genitori hanno ricordato che negli Usa, grazie a quella terapia sperimentale, sono migliorati a vista d’occhio altri bambini con una patologia simile a quella di Charlie (come documenta questo video), affetto da una sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che ha ripercussioni su alcuni organi. Detto di questa possibilità di miglioramento, bisogna ribadire con altrettanta forza che al bambino vanno garantite cure adeguate fino al termine naturale della vita, a prescindere dall’esistenza o meno di un’efficace terapia sperimentale.
 
E questo in ragione della dignità intrinseca di ogni essere umano, che non dipende né dalle sue condizioni sociali né tantomeno dal suo grado di salute. Come ha scritto in difesa del piccolo Charlie anche Chiara Paolini, madre di Emanuele Campostrini, un bambino di 9 anni affetto da deplezione mitocondriale, il principio che deve guidarci è “tutelare e difendere la vita di questo bambino, sia essa di poche ore o di ottant’anni”. Ne va della nostra umanità.


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