Come l'Isis distrugge il passato cristiano
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di Stefano Magni22-01-2016 AA+A++

Iraq, il monastero di Sant’Elia sorgeva su una collina nei pressi di Mosul. Era luogo di culto dei cristiani da 1400 anni. Oggi non ne resta altro che un cumulo di macerie. Foto satellitari, pubblicate l’altro ieri, mostrano l’opera di distruzione sistematica dell’antichissimo edificio condotta dall’Isis. Tracce di bulldozer circondano una chiazza grigia, lì dove prima c’erano le sue mura.

Sant’Elia era stato costruito fra il 582 e il 590, era un luogo santo per la Chiesa cattolica caldea, ma meta di tutti i cristiani iracheni, indipendentemente dalla loro confessione. La sua distruzione risale all’agosto e settembre 2014, tre mesi dopo l’occupazione di Mosul da parte delle milizie jihadiste. Padre Paul Thabit Habib, un prete cattolico di Mosul, fuggito in tempo dalla città, dichiara all’agenzia Associated Press che: “Noi consideriamo (la sua distruzione, ndr) come un tentativo di espellerci definitivamente dall’Iraq, eliminando e terminando la nostra esistenza in questa terra. Il monastero, prima dell’arrivo dell’Isis, “era diventato meta spirituale per i cristiani, che lo visitavano e tenevano messa, chiedevano perdono per i loro peccati al santo che lo aveva fondato. Attirava tutte le genti di Mosul, cristiani e musulmani. Tutti i poeti, gli storici e i viaggiatori ne avevano scritto. Era diventato uno dei luoghi più importanti per la storia della Chiesa irachena”.

Già aveva attraversato tanti periodi difficili. Era stato un luogo di martirio nel 1743, quando venne occupato dai persiani: 150 monaci vennero uccisi per aver rifiutato la conversione all'islam. Alla fine degli anni ’70 era stato scelto dal regime di Saddam Hussein come base per un reparto della Guardia Repubblicana. Per questo motivo ha rischiato due volte la distruzione, sotto i bombardamenti alleati, nel 1991 e nel 2003. Gli americani, nel 2003, avevano a loro volta scelto Sant’Elia come base militare per gli uomini della 101^ divisione d'assalto aereo, ma dopo che un cappellano dell’esercito aveva fatto notare l’importanza storica e religiosa dell’edificio, avevano ripristinato il suo antico ruolo e curato il suo restauro. Suzanne Bott, che aveva passato due anni a sovrintendere i lavori di restauro su commissione del Dipartimento di Stato americano, ha vissuto come uno shock le foto che le sono state mostrate “Non c’è speranza, è completamente distrutto – ha dichiarato in lacrime all’Associated Press – Abbiamo perso un simbolo molto importante delle radici del cristianesimo”. Sopravvissuto a due guerre, è paradossale che Sant’Elia sia andato perduto durante la “pace” imposta dal Califfato nella regione.

La sistematica distruzione del patrimonio cristiano di Mosul è incominciata subito dopo l’occupazione. Una prima notizia in merito si ebbe il 16 giugno 2014, quando l’Isis promise pubblicamente di distruggere tutte le chiese della città. Il 26 luglio successivo diedero la notizia della distruzione della chiesa della Vergine Maria, fatta saltare in aria con la dinamite. La demolizione di Sant’Elia è dunque iniziata appena un mese dopo. Per quel poco che si conosce di quel che avviene a Mosul, tutte e 45 le chiese locali risultano ormai distrutte o riutilizzate per altri scopi. Fra queste figura la chiesa di Al Tahera, del Settimo Secolo, una delle più antiche dell’Iraq, fatta saltare in aria nel febbraio del 2015. Il monastero caldeo di San Giorgio, del Decimo Secolo, è ancora in piedi, ma devastato. Le scene della sua occupazione e dissacrazione erano state diffuse mesi prima, nel dicembre del 2014: le sue croci erano state rimosse dai miliziani e sostituite con le bandiere nere. Poi, nel marzo del 2015, la furia iconoclasta dell’Isis non aveva risparmiato nulla: l’affresco della Madonna col Bambino sfigurato e coperto di vernice verde, le campane distrutte e gettate a terra, le statue della Madonna spaccate, il cimitero (con i caduti cristiani delle guerre irachene) profanato e devastato. Il tutto venne ripreso, fotografato e diffuso in rete, a mo’ di trionfo del nuovo potere. Ora il monastero è stato trasformato in un carcere.

Mosul non è l’unica città in cui la presenza cristiana è stata cancellata. Anche nella non lontana Tikrit, l’antica chiesa di sant’Ahoadamah, un gioiello architettonico dell’Ottavo Secolo, detta la “Chiesa Verde”, venne fatta saltare in aria dagli uomini del Califfato il 24 settembre 2014. Era di proprietà della locale Chiesa ortodossa assira ed era uno dei siti archeologici più importanti di tutto il paese, luogo di ricerche oltre che di preghiera, nel cui sottosuolo erano state scoperte, trent’anni fa, anche le spoglie di un vescovo. La Chiesa Verde era sopravvissuta ad altri momenti drammatici, come quando il governatore arabo ne aveva ordinato la distruzione nell’Undicesimo Secolo. Ma era stata ben presto restaurata e restituita al culto cristiano meno di mezzo secolo dopo. Un “governatore”, zelante quanto il suo predecessore dell’Impero Arabo ha dunque ribadito la volontà di distruggerla. Tikrit è ora di nuovo nelle mani del governo di Baghdad. Sant’Ahoadamah sarà probabilmente ricostruita dalle sue macerie.

Un’altra importante comunità cristiana in Iraq era quella di Nimrud. In quella città, l’Isis saccheggiò e distrusse il monastero di Mar Behnam, costruito nel luogo del martirio del principe sasanide Behnam e di sua moglie Sarah, zoroastriana, convertita al cristianesimo da San Matteo. Mar Behman era famoso in tutto il mondo per la sua biblioteca di testi sacri antichi. Quando le milizie dell’Isis lo occuparono, nel luglio del 2014, lasciarono vivi i monaci che lo abitavano, ma li espulsero senza permettere loro di portar con sé i preziosi volumi. E’ tuttora ignota la sorte dei libri, di cui resterà, probabilmente, solo una copia digitale: erano stati tutti fotografati e scansiti nell’ambito del progetto della Hill Museum and Manuscript Library, Stati Uniti. Forse, qualcuno degli originali, ricomparirà da qualche parte nel mondo, nel traffico illegale delle antichità rubate dall’Isis.

Quelle in Iraq sono solo una parte dell’opera di cancellazione del passato cristiano ad opera del Califfato: anche la Siria occidentale continua ad essere occupata dalle sue milizie. E anche in Siria procede la distruzione sistematica. Come la demolizione della chiesa memoriale armena di Deir Ezzor, dedicata alle vittime del genocidio del 1915, unica nel suo genere in quella regione del mondo. O quella della chiesa della Vergine Maria, nella domenica di Pasqua del 2015, nella città di Tel Nasri. Ed è ancora più recente la notizia dell’occupazione, dissacrazione e poi distruzione del monastero di Mar Elian del Quinto Secolo, a Qaryatayn, il 21 agosto scorso.

“Purtroppo siamo di fronte a una distruzione sistematica di siti preziosi – commenta Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa Vaticana - non solo per il loro valore culturale, ma anche spirituali e religiosi: una cosa molto triste e drammatica”. E’ una forma di genocidio, secondo molti commentatori: la sistematica distruzione di luoghi di culto, simboli e tesori, parte dell’eredità culturale di una comunità, è un metodo efficace per cacciare un popolo dal suo territorio, rimuovendone anche la memoria. Lo fecero gli ottomani ai danni degli armeni, un secolo fa. Lo stanno facendo ora gli jihadisti dell’Isis.



SCHEGGE DI VANGELO

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