Così il decreto banche affossa lo spirito mutualistico
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di Gianfranco Fabi12-02-2016 AA+A++

Il varo da parte del governo del decreto legge per la riforma del credito cooperativo presenta alcune luci e molte ombre. Ma le luci sono più nei pericoli che si sono evitati che nei passi avanti compiuti e le ombre stanno negli effetti concreti che il provvedimento potrà su di un sistema bancario che ha bisogno di tutto tranne che di ulteriori elementi di instabilità. Vi è da dire che la prima reazione dei mercati è stata completamente negativa: in un giovedì grigio scuro per le borse mondiali l’Italia è riuscita ad andare ancora peggio soprattutto per la debolezza delle banche.

Ma andiamo con ordine. Già la forma del decreto legge costituisce sicuramente un’anomalia. Un decreto dovrebbe essere varato in casi straordinari di necessità e urgenza: ebbene nulla di straordinario è avvenuto negli ultimi giorni nel credito cooperativo ed è difficile dimostrare l’urgenza di un provvedimento di cui si discute da almeno tre anni e che lascia almeno 18 mesi per la sua attuazione. Nel merito, il decreto interviene sulle 364 banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali che costituiscono una realtà importante soprattutto a livello di piccoli Comuni con 4.403 sportelli (pari al 14,6% degli sportelli bancari italiani) , 1.233.803 soci (+2,9%) e 37mila dipendenti. 

É un settore che ha una lunga storia dato che la prima Cassa rurale è stata fondata nel 1883 in provincia di Padova sviluppandosi poi rapidamente soprattutto per iniziativa di persone e gruppi all’interno del mondo cattolico. Ma è anche un settore che ha avuto una forte crescita negli ultimi anni dotandosi peraltro di strutture centralizzate per i servizi e di fondi di garanzia a tutela della clientela. Da sottolineare che anche in questo settore vi sono state banche in difficoltà, ma tutte le crisi sono state risolte in maniera autonoma all’interno del sistema. La sollecitazione a  dare maggiore stabilità ed efficienza al sistema è stata comunque accolta dalle Bcc che nel corso degli ultimi mesi hanno messo a punto un progetto di autoriforma per rispondere alle sollecitazioni della Banca d’Italia da una parte e del governo dall’altro. L’obiettivo delle Bcc è sempre stato comunque quello di garantire l’indipendenza e l’autonomia di gestione di queste banche in un’ottica di salvaguardia dello spirito mutualistico e cooperativo che le ha sempre contraddistinte.

Il decreto accoglie solo in parte queste proposte. Si prevede, infatti, l’obbligo per le Bcc di aderire ad un gruppo bancario cooperativo che abbia come capogruppo una società per azioni con un patrimonio non inferiore a 1 miliardo di euro. L'adesione sarà la condizione per la conferma, da parte della Banca d'Italia, dell'autorizzazione all'esercizio dell'attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo. La Bcc che non intende aderire a un gruppo bancario, potrà farlo a condizione che abbia riserve di una entità consistente (almeno 200 milioni) e versi un'imposta straordinaria del 20 per cento sulle stesse riserve: non potrà però continuare ad operare come banca di credito cooperativo e dovrà deliberare la sua trasformazione in società per azioni. In alternativa è drasticamente prevista la liquidazione.

In pratica, non sarà più possibile l’esistenza di banche cooperative autonome, libere e indipendenti. E la banca che non vorrà aderire con un rigido patto di coesione al gruppo bancario unico dovrà rinunciare completamente alla formula cooperativa oppure chiudere i battenti. Il decreto accoglie le richieste delle Bcc per quanto riguarda il mantenimento della licenza bancaria individuale per non correre il rischio di diventare dei semplici sportelli di un gruppo finanziario e viene d’altra parte salvaguardato il principio mutualistico con il voto capitario (un voto in assemblea ad ogni soci indipendentemente dal numero di azioni che possiede). Ma i problemi stanno nell’operatività e nella gestione del gruppo di controllo e, infatti, molte Bcc, soprattutto quelle di medie dimensioni, avevano sostenuto l’ipotesi di lasciare aperta la possibilità di aggregazioni funzionali in più di un gruppo bancario.

Ma la volontà dirigista e accentratrice ha avuto la meglio e la stessa forma di società per azioni che dovrà avere il gruppo bancario mal si concilia con lo spirito mutualistico e cooperativo. Certo avrebbe potuto andare peggio. Come sarebbe stato se le Bcc avessero dovuto rinunciare totalmente alla loro autonomia come avrebbero voluti alcuni tecnocrati tra Firenze e Roma, abituati a frequentare più le logge che le campagne. Ma sarebbe stato un atto d’imperio paragonabile solo alla chiusura dei conventi da parte di Napoleone. Le incognite sono ancora molte: il credito cooperativo avrebbe avuto bisogno di qualche sostegno in più, soprattutto per affrontare lo scenario esterno di crisi, e di qualche vincolo pseudocapitalistico in meno.

 

 

 



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