Dal Papa un solo grido per la libertà minacciata
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di Massimo Introvigne18-02-2016 AA+A++

Nella notte fra il 17 e il 18 febbraio 2016 si è concluso il viaggio di Papa Francesco in Messico, con la Messa a Ciudad Juárez e il saluto di congedo. Ricordiamo i temi forti di questo viaggio in Messico che, certo con una declinazione speciale riferita alla storia e ai problemi del Paese, corrispondo a quelli dello storico messaggio congiunto firmato il 12 febbraio a Cuba, all'inizio del viaggio, insieme al Patriarca di Mosca Kirill. 

È obbligatorio che i cattolici, gli ortodossi, i messicani di buona volontà, chiunque abbia a cuore il bene comune si riconosca unito da una stessa causa: la difesa della libertà. La libertà è minacciata, hanno scritto il Papa e Kirill. La libertà è minacciata, ha ripetuto il Pontefice in Messico. È minacciata dalle grandi persecuzioni, e Francesco ha parlato della storia di sangue della Chiesa messicana, alludendo ai Cristeros. È minacciata dalle colonizzazioni ideologiche dei poteri forti che aggrediscono la famiglia. È minacciata dal secolarismo che vuole emarginare i cristiani e imbavagliare la Chiesa. Ed è minacciata anche dalla criminalità organizzata, dal narcotraffico, da coloro che sfruttano in modo criminale l'immigrazione: un tema, questo, drammaticamente presente in Messico e su cui Francesco ha molto insistito.

Nella Messa a Ciudad Juárez in quella che molti considerano la più pericolosa città del mondo e una delle capitali mondiali del crimine organizzato, celebrata nei pressi del confine con gli Stati Uniti teatro di tante tragedie dell'emigrazione, il Papa ha iniziato l'omelia citando sant'Ireneo: «La gloria di Dio è la vita dell’uomo».  E riflettendo sulla lettura relativa al profeta Giona, cui Dio chiede di andare a Ninive perché «ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta» (Gn 3,4). «Va - ha parafrasato il Papa -, aiutali a comprendere che con questo modo di comportarsi, di regolarsi, di organizzarsi stanno generando solo morte e distruzione, sofferenza e oppressione. Fa vedere loro che non c’è vita per nessuno, né per il re né per il suddito, né per i campi né per il bestiame. Va e annuncia che si sono talmente abituati al degrado che hanno perso la sensibilità di fronte al dolore». E Giona cerca di «risvegliare un popolo ubriaco di sé stesso».

Anche in questo testo, in realtà «ci troviamo di fronte al mistero della misericordia divina. La misericordia scaccia sempre la malvagità, prendendo molto sul serio l’essere umano. Fa sempre appello alla bontà di ogni persona, anche se è addormentata, anestetizzata. Lungi dall’annientare, come molte volte pretendiamo o vogliamo fare noi, la misericordia si avvicina ad ogni situazione per trasformarla dall’interno». La misericordia «entra sempre nel male per trasformarlo». E Ninive ascolta e fa penitenza. La conversione è sempre possibile. Ai messicani il Papa chiede che la voce di Giona «risuoni con forza oggi in mezzo a noi; questa parola è la voce che grida nel deserto e ci invita alla conversione. In questo anno della misericordia, voglio con voi, in questo luogo implorare la misericordia divina, voglio chiedere con voi il dono delle lacrime, il dono della conversione».

Il grido risuona proprio alla frontiera fra Ciudad Juárez e la città americana di El Paso, sul cammino dei migranti «carico di terribili ingiustizie: schiavizzati, sequestrati, soggetti ad estorsione, molti nostri fratelli sono oggetto di commercio del traffico umano, della tratta di persone». «Questa tragedia umana che la migrazione forzata rappresenta, al giorno d’oggi è un fenomeno globale. Questa crisi, che si può misurare in cifre, noi vogliamo misurarla con nomi, storie, famiglie. Sono fratelli e sorelle che partono spinti dalla povertà e dalla violenza, dal narcotraffico e dal crimine organizzato». Ma quando partono trovano ancora i criminali ad attenderli. «A fronte di tanti vuoti legali, si tende una rete che cattura e distrugge sempre i più poveri. Non solo soffrono la povertà, ma devono anche patire tutte queste forme di violenza. Ingiustizia che si radicalizza nei giovani: loro, come carne da macello, sono perseguitati e minacciati quando tentano di uscire dalla spirale della violenza e dall’inferno delle droghe». «E che dire di tante donne alle quali hanno strappato ingiustamente la vita?», ha aggiunto Francesco con riferimento al mistero delle centinaia di omicidi di donne tra Ciudad Juárez ed El Paso, di cui nessuno ha saputo identificare i colpevoli.

«Mai più morte e sfruttamento! - ha gridato Francesco -. C’è sempre tempo per cambiare, c’è sempre una via d’uscita e c’è sempre un’opportunità, c’è sempre tempo per implorare la misericordia del Padre». E l'Anno Santo è il tempo per eccellenza della misericordia e della conversione. Nella cerimonia di congedo, Francesco ha citato una poesia dello  scrittore messicano Octavio Paz: «Sono uomo: duro poco ed enorme è la notte. Ma guardo in alto: le stelle scrivono. Senza capire comprendo: anch’io sono scrittura e in questo stesso istante qualcuno mi sta decifrando». Forse non era il pensiero di Paz, ma il Papa «osa suggerire che quello che ci decifra e ci traccia la via è la presenza misteriosa ma reale di Dio». 

Dio è presente dove l'uomo soffre. «La notte ci può sembrare enorme e molto oscura - commenta il Pontefice - ma in questi giorni ho potuto constatare che in questo popolo esistono tante luci che annunciano speranza»; e «mi veniva quasi da piangere al vedere tanta speranza in un popolo tanto sofferente». Il segreto di questa speranza, umanamente incomprensibile ma che tante volte ha salvato la nazione - ha concluso il Papa -, è il rapporto speciale del Messico con Maria, la Madre di Guadalupe.

 

 

 


27
Set
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SCHEGGE DI VANGELO

«Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. (Lc  9,51-56)



Monsignor Salvo Tomasi

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- TRUMP E IL MESSICO, UNA SFIDA PERICOLOSA, di Stefano Magni

di Riccardo Cascioli



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Gli attentati di Bruxelles, oltre a provocare decine di vittime, hanno risvegliato la paura in un'Europa sotto attacco, sin dentro la sua capitale. L'attacco, avvenuto proprio nel mezzo di un periodo di massima allerta, rivela anche quanto siano fragili le nostre difese, militari e morali.

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