Di padre in figlia, in scena il Veneto che si odia
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di Robi Ronza20-04-2017 AA+A++

Che cosa può convincere una grande famiglia di imprenditori e rispettivamente una Regione a finanziare un prodotto televisivo, destinato a un vastissimo pubblico, nel quale si demoliscono e si squalificano l’identità e i valori  di quell’impresa e rispettivamente di quella Regione? Al di là del sua qualità in sé, su cui qui non ci soffermiamo, è questa innanzitutto la domanda che ci si è posta vedendo ieri sera sulla Rete 1 della Rai Tv la prima puntata de Di padre in figlia, la saga familiare ideata da Cristina Comencini e prodotta grazie anche al sostegno della Regione Veneto e delle distillerie Nardini, l’azienda produttrice dell’omonima celebre grappa.

Contadino, cattolico, e ciononostante capace di grande sviluppo, il Veneto non è mai piaciuto a quell’intellighenzija borghese-progressista, a suo tempo tempestivamente filo-comunista e più tardi radical chic, che domina gli ambienti della cinematografia italiana. Per questa gente nella migliore delle ipotesi l’uomo veneto è un bravo ragazzone un po’ tonto, come il carabiniere innamorato di Gina Lollobrigida in Pane, amore e fantasia, il famoso film di Luigi Comencini, il celebre padre di Cristina. Il tipo ricorrente è però quello incarnato dal contadino rinscemito di Tognazzi e Vianello che fa la punta a un tronco d’albero fino a ridurlo a uno stuzzicadenti. 

Di padre in figlia è una ripresa su grande scala di quegli storici pregiudizi, non senza ulteriori aggiornamenti. A parte una voglia di lavorare, descritta però più che altro come una specie di furiosa avidità, tutto il resto è marcio, violento e ipocrita. In filigrana si fa capire che questo sfasciume è frutto del moralismo e della cultura repressiva della Chiesa, ma con grande abilità si evita di dirlo in modo esplicito. La Chiesa aleggia ma è assente. Compare a un certo punto anche un prete, ma la sua presenza è irrilevante e insieme ambigua: è lui infatti che consegna alla moglie del protagonista la lettera che un suo amore di gioventù gli fa giungere da Novo Bassano, la città fondata in Brasile da emigranti bassanesi dove egli vive.

Antonio Franza, capofamiglia e protagonista, è l’intreccio di due negatività:  è l’imprenditore così come viene teorizzato da Roberto Saviano e dagli altri come lui che, sulla scia di Lenin, pretendono che fare impresa sia qualcosa di violento e di tendenzialmente criminale; e che tale subito diventa non appena se ne presenti l’occasione. Ed è un padre despota e un maschilista da macchietta come ben difficilmente se ne potevano vedere tanto più nelle campagne del Veneto degli anni ’50 dove era più spesso la donna che l’uomo a tenere le redini della casa e del podere.  

Franza è  tra l’altro un fabbricante di grappa che sviluppa fino a livelli industriali una sua distilleria artigiana alle porte di Bassano. Vedendo quindi la sponsorizzazione della Nardini è facile che il più vasto pubblico si immagini che la famiglia di cui si parla sia proprio quella dei proprietari della storica distilleria. Ben pochi infatti possono sapere che l’azienda venne fondata nel 1779, quasi due secoli e mezzo fa, e non negli anni ’50 del secolo scorso. Complimenti quindi a chi si occupa dell’”immagine” del famoso marchio.

“In un arco di tempo che va dal 1958 ai primi anni Ottanta, Di padre in figlia racconta la storia della famiglia Franza”, si legge in scheda, “una famiglia patriarcale veneta che attraversa i grandi cambiamenti storici che hanno portato le donne a lottare per guadagnarsi la parità e i diritti civili. Tra tensioni, conflitti e ribellioni, il potere della figura paterna viene sostituito, in modo nuovo e lungimirante, dalle tre figlie e dalla madre, la quale ha coltivato in loro i suoi desideri irrealizzati di libertà, indipendenza e amore.” 

Secondo Tv Sorrisi e Canzoni,   Di padre in figlia racconta un’Italia “che si avvia verso il boom economico, ma non tiene il passo con il progresso in campo sociale e civile. Una serie tv che non è solo intrattenimento ma che cerca di raccontare l’emancipazione femminile che ha portato grandi conquiste civili (aborto, divorzio, parità dei diritti)”. 

Nell’”emancipazione” sia politica che sessuale della figlia maggiore ha ovviamente la sua parte  l’università di Padova, quella degli anni in cui ci insegnava Toni Negri.  Nella colonna sonora entra per l’occasione la Canzone di maggio di Fabrizio De André. Insomma non manca niente.  A nostro avviso  non ci si deve ad ogni modo scandalizzare di mistificazioni di questo genere, molto coerenti con la cultura e con il progetto politico di chi ce le rifila. Ci si deve piuttosto domandare che cosa si deve ancora attendere prima che si sveglino coloro che dovrebbero fare concretamente e efficacemente alternativa a questa pensiero unico.   


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