Di Pietro e i suoi emuli, le simbiosi fra toghe e politica
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di Ruben Razzante21-03-2017 AA+A++

In principio fu Antonio Di Pietro. Idolatrato dagli italiani sull’onda emotiva di Tangentopoli, l’ex pubblico ministero quattro anni dopo l’inizio di Mani Pulite appese la toga al chiodo e decise di scendere in campo cedendo al richiamo della politica e del cosiddetto “governo della cosa pubblica”.

Da allora i pubblici ministeri, i procuratori e i giudici che si sono fatti tentare dalle irresistibili sirene della politica non si contano più. Uno dei casi più eclatanti fu quello di Antonio Ingroia, ex magistrato che fondò addirittura un partito dal nome Rivoluzione civile, di cui fu candidato premier alle elezioni politiche del 2013. Al momento in Parlamento ci sono esattamente 9 magistrati (5 in aspettativa e quattro in pensione). Nel governo Renzi, ad aver indossato la toga erano in due: i sottosegretari Cosimo Maria Ferri (ancora oggi sottosegretario alla Giustizia) e Domenico Manzione (Interno), entrambi in aspettativa. 

Uno degli esponenti più in vista del Partito Democratico – nonché governatore della Puglia – è inoltre l’ex procuratore di Bari Michele Emiliano, che ha indossato la toga fino al giorno in cui ha deciso di candidarsi a primo cittadino di Bari, molti anni fa. «Non mi dimetto da magistrato — è solito ripetere Emiliano — perché è il mio lavoro e io intendo la politica come un servizio, non come una professione».

In Calabria, ancora, il giudice Gabriella Reillo ha partecipato (però poi si è ritirata) alle primarie del centrosinistra a Lamezia. Ci sono anche i casi di magistrati che esercitano le funzioni giurisdizionali e contestualmente sono sindaci o assessori, visto che la legge lo consente.

“Porte girevoli”, le ha definite qualcuno senza mezzi termini e in modo molto plastico. Porte girevoli che permettono anche a chi riveste un ruolo istituzionale di altissima responsabilità e di grande delicatezza e imparzialità di entrare e uscire con disinvoltura dall’arena politica mantenendo il piede in due scarpe. 

Un tema dibattuto proprio in questi giorni, visto che - dopo tre anni di stallo - è arrivato in Aula alla Camera il disegno di legge licenziato dal Senato il 13 marzo del 2014, che dovrebbe porre fine a questa anomalia, tipicamente italiana. La sua accelerazione, chiesta da Renato Brunetta (FI), ha infatti un retroscena importante: in Senato l’azzurro Augusto Minzolini condannato per peculato in via definitiva – e poi salvato dalla decadenza con la maggioranza dei voti - aveva denunciato il ruolo di un giudice del collegio al processo di appello, Giannicola Sinisi, già sottosegretario in un governo Prodi, poi rientrato in magistratura. Che, secondo Minzolini, lo avrebbe penalizzato per preconcetti ideologici.

E così la battaglia è solo all’inizio. Stefano Dambruoso, questore della Camera eletto con Scelta civica e in aspettativa dal 2013 (era una delle punte di diamante dell’Antiterrorismo alla Procura di Milano), ha per esempio spiegato: "Non è possibile consentire che un magistrato si candidi nello stesso distretto in cui esercita le funzioni". Mentre il sottosegretario Cosimo Ferri (in aspettativa da quando è stato chiamato al governo) ha ribadito che è necessario garantire anche ai magistrati il diritto di fare politica ma poi ammette che "per gli enti locali oggi ci sono regole".

Il disegno di legge in discussione introduce nuove norme sulla "candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche e amministrative nonché di assunzione di incarichi di governo nazionale e negli enti territoriali" e prova a mettere ordine in una materia complessa, che spesso è stata al centro di polemiche per i delicati rapporti tra magistratura e politica. Di sicuro, visto che l’iter parlamentare procede a rilento e la votazione quasi sicuramente andrà per le lunghe, saranno gli organismi interni alla magistratura a disciplinare i magistrati: il Csm, infatti, il prossimo 3 aprile “processerà” Emiliano perché da magistrato in aspettativa si è iscritto al Pd. 

Ma questo non basta. I princìpi devono essere chiari e fissati su basi certe: un magistrato che decide di abbracciare la politica deve necessariamente lasciare la magistratura. Non possono esserci ripensamenti. E, a maggior ragione quando non si viene ricandidati o rieletti, non si deve poter tornare a vestire la toga. La credibilità e l’imparzialità di un giudice, infatti, con la discesa in campo politico, risulterebbero irrimediabilmente compromesse. E anche qualora si trattasse di un magistrato serio ed integerrimo, i dubbi sulla sua serenità e imparzialità di giudizio resterebbero sempre. E sarebbero legittimi. Tanto più perché qualcuno potrebbe vivere il ritorno alla magistratura come il tempo supplementare di una battaglia ideologica e politica o, peggio, personale. Sulla pelle dei cittadini.


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