E chi è Galantino per giudicare i cattolici?
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di Riccardo Cascioli14-05-2014 AA+A++

Il martirio di Santo Stefano - Vasari

«Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza». Da non credere che a pronunciare queste parole sia stato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, in una intervista pubblicata dal Quotidiano Nazionale lunedì 12 maggio (clicca qui).

Abbiamo aspettato 24 ore speranzosi in una smentita, in una dichiarazione che spiegasse magari di essere stato frainteso. Invece niente, bisogna rassegnarsi. Questo giudizio, che denota una mancanza di umanità che ti aspetti solo dal peggiore laicista, è proprio di monsignor Galantino. La lettera della donna che pubblichiamo in Primo Piano (clicca qui) è la migliore risposta: la forza della testimonianza e della preghiera davanti all’arroganza clericale, che parla di misericordia (per i lontani) e dispensa disprezzo (per i vicini).

Ma l’enormità della frase citata in apertura rischia di nascondere una serie di affermazioni di monsignor Galantino che meritano invece di essere messe in evidenza. Intanto, il giudizio tagliente su quanti pregano per la vita fa parte di un discorso in cui il segretario della Cei afferma che a proposito della vita, «ci siamo concentrati esclusivamente sul no all’aborto e all’eutanasia» dimenticando che «in mezzo c’è l’esistenza che si sviluppa». Quindi basta rosari davanti alle cliniche e più impegno «per la qualità delle persone, per il loro diritto alla salute, al lavoro». A parte il fatto che non esiste alcun “diritto alla salute” - casomai c’è un diritto a essere curati, ma è un’altra cosa – bisognerebbe aver chiaro che il diritto all’assistenza e al lavoro sono successivi e conseguenti al diritto alla vita, perché solo chi è in vita ha bisogno di un’occupazione e di medici. Senza considerare che i soldi pubblici spesi per finanziare l’aborto all’interno del sistema sanitario nazionale tolgono risorse per assistere i malati veri.

Solo una astratta visione ideologica può far diluire il diritto alla vita nel diritto al lavoro o nel diritto all’assistenza. La verità è che si preferisce non parlare più di quella cosa politicamente scomoda che è l’aborto. Non a caso monsignor Galantino nell’intervista sembra aver anche timore di pronunciare quella parola: così dice “interruzione della gravidanza” e “quella pratica”, per indicare l’aborto. 

Peraltro ci piacerebbe sapere chi sono e dove sono tutti questi vescovi e parroci che in questi anni hanno continuamente parlato di aborto, eutanasia, dottrina morale. Probabilmente ci siamo distratti, ma a noi non vengono in mente. Se Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ne hanno parlato – e non certo esclusivamente - è perché si scontravano con una Chiesa che aveva completamente perso il senso del “Vangelo della Vita”, come del resto l’intervento di Galantino conferma.

Sarebbe bello che il segretario della Cei provasse almeno a riflettere su queste parole della Beata Madre Teresa di Calcutta: «Sento che oggigiorno il più grande distruttore di pace è l'aborto, perché è una guerra diretta, una diretta uccisione, un diretto omicidio per mano della madre stessa. [...] Perché se una madre può uccidere il suo proprio figlio, non c'è più niente che impedisce a me di uccidere te, e a te di uccidere me».

Ma non finisce qui. Il giornalista domanda qual è il suo augurio per la Chiesa italiana, ed ecco la risposta di Galantino: «Che si possa parlare di qualsiasi argomento, di preti sposati, di eucarestia ai divorziati, di omosessualità, senza tabù, partendo dal Vangelo e dando ragioni delle proprie posizioni».

Non sarebbe meglio invece parlare, senza tabù, di Cristo – come tra l’altro suggerisce papa Francesco – visto che da quarant’anni si sta sempre lì a parlare di preti sposati, comunione ai divorziati risposati e omosessualità?

Visto che anche monsignor Galantino è uno di quelli che ci tiene a recuperare il Cristianesimo delle origini, prendere a modello la Chiesa delle origini, capita a proposito la liturgia di questi giorni che ripropone la lettura degli Atti degli Apostoli. In particolare abbiamo ascoltato il martirio di Stefano e le persecuzioni che ne sono seguite. Ebbene, portato davanti al Sinedrio che già non nutriva particolari sentimenti di simpatia nei suoi confronti, sentiamo come Stefano cerca un dialogo con i lontani, ascolta le loro ragioni non presumendo di avere la verità: «Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo. Come i vostri padri, così siete anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete diventati traditori e uccisori, voi che avete ricevuto la Legge mediante ordini dati dagli angeli e non l'avete osservata».

Ci dice san Luca che «all'udire queste cose, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro Stefano», dopodiché lo afferrano, lo trascinano fuori città e lo lapidano, mentre Stefano chiede per loro il perdono di Dio. Se oggi celebriamo Stefano come martire è perché né lui né gli apostoli si vergognavano allora di Cristo, andavano all’essenziale non ponendosi troppi problemi sul come farsi accettare dal mondo; davanti alle persecuzioni scatenate come conseguenza dell’atteggiamento di Stefano, non c’è stato un solo apostolo che abbia recriminato sull’atteggiamento inutilmente provocatorio del primo martire, o che abbia detto che in fondo se l’era cercata. E da allora l’esempio di Stefano è stato seguito da tante altre migliaia e migliaia di cristiani, possiamo dire milioni, fino ai giorni nostri.

Ma in Italia, in Occidente, oggi non ci si preoccupa più di giudicare il mondo e la sua resistenza allo Spirito Santo, anzi chi lo fa – magari pregando davanti a un ospedale dove si consumano «delitti abominevoli» - viene sbertucciato dai propri vescovi. Vescovi che invece mettono in cattedra i “gentili” per fare lezione ai cristiani, che imparino dal mondo invece di giudicarlo. Gli unici ad essere giudicati (male) sono i cattolici.

 


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