Ebrei e islamici, conversioni non gradite
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di Riccardo Cascioli31-05-2016 AA+A++

Pochi giorni fa il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha tenuto una conferenza a Cambridge, nel Regno Unito, che gli è valsa diversi titoli di giornale. Koch avrebbe infatti detto che il dovere di evangelizzare è nei confronti di tutti i non cristiani, musulmani inclusi, ad eccezione degli ebrei. Quanto a questi ultimi, i cristiani - ha detto ancora Koch - riconoscono il patto stipulato da Dio con il popolo ebraico, cosa che non si può applicare all’islam. Da ultimo Koch è andato ben oltre la definizione di “fratelli maggiori” e ha detto che i cristiani dovrebbero vedere l’ebraismo come una “madre”. Per questo non si deve convertire gli ebrei, mentre al contrario si deve evangelizzare i musulmani.

Queste parole hanno ovviamente fatto rumore, tanto che un sito ufficioso del Vaticano, Il Sismografo, che cura quotidianamente una rassegna stampa in diverse lingue, è andato a chiedere chiarimenti al portavoce vaticano, padre Federico Lombardi (clicca qui). Il quale si è mostrato piuttosto irritato per quella che lui considera una manipolazione delle parole del cardinale Koch, mettendo in rilievo come alcuni titoli di giornale non corrispondessero al contenuto. Il riferimento è al fatto che in alcuni titoli si è letto “dovere di convertire” i musulmani mentre nei testi di parla di “dovere di evangelizzare”, due concetti in effetti un po’ diversi. Non tali però da sollecitare un intervento del portavoce vaticano, che infatti poi passa ad affermare il vero punto della questione: «È chiaro quindi che non è corretto attribuire al cardinal K. Koch un invito al proselitismo nei confronti dei fedeli musulmani». 

Riassumendo: nessun tentativo di evangelizzare gli ebrei, dice Koch. Ma neanche i musulmani, precisa Lombardi. E tutto dando ovviamente per scontato che con le altre confessioni cristiane non si deve neanche pensare lontanamente di ricondurle alla Chiesa cattolica. 

Ad aggravare la situazione bisogna aggiungere che si tratta di affermazioni che ormai non stupiscono più nessuno, tanto sono considerate ovvie. Solo che a questo punto, bisognerebbe chiedersi seriamente: «Ma allora chi è Gesù Cristo?». È ancora l’unico Salvatore che è morto e risorto per salvare tutti gli uomini, come è stato proclamato per duemila anni? È il Vangelo ancora da considerare «la pienezza della Verità che Dio ci ha fatto conoscere intorno a se stesso», come si legge nell’enciclica Redemptoris Missio (RM) di san Giovanni Paolo II? Crediamo davvero che «aprirsi all'amore di Cristo è la vera liberazione» (RM 11)?

Se fossimo davvero convinti di questo, come potremmo anche solo concepire di escludere parte dell’umanità da questo annuncio? Non si tratta di portare tutti spada in pugno a sottomettersi al “nostro” Dio, ma di fare tutti partecipi di una grande gioia: la morte è stata sconfitta, siamo liberati dal peccato, il Mistero si è fatto presenza, compagnia all’uomo, come recitiamo ogni giorno nell’Angelus.

E in effetti tutti i documenti del Magistero dedicati alla missione mai parlano di esclusione di qualcuno o di “esenzione” di gruppi particolari quasi si dovesse decidere se partecipare o meno all’ora di religione. Afferma ad esempio il decreto conciliare Ad Gentes (1965): «La ragione dell'attività missionaria discende dalla volontà di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Vi è infatti un solo Dio, ed un solo mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1 Tm 2,4-6), «e non esiste in nessun altro salvezza» (At 4,12). È dunque necessario che tutti si convertano al Cristo conosciuto attraverso la predicazione della Chiesa, ed a lui e alla Chiesa, suo corpo, siano incorporati attraverso il battesimo» (no. 7). Certo l’azione missionaria dipende anche dalle circostanze in cui ci si trova ad operare, avverte sempre Ad Gentes: «Difatti la Chiesa, pur possedendo in forma piena e totale i mezzi atti alla salvezza, né sempre né subito agisce o può agire in maniera completa: nella sua azione, tendente alla realizzazione del piano divino, essa conosce inizi e gradi»; ma «questo compito (…) è uno ed immutabile in ogni luogo ed in ogni situazione, anche se in base al variare delle circostanze non si esplica allo stesso modo» (no. 6).

È paradossale che mentre il Papa parla insistentemente di abbattere tutti i muri e di tenere aperte le porte della Chiesa, dal Vaticano poi arrivano ordini di costruire muri per impedire che certe categorie di persone si convertano.
Ma è ancora la Redemptoris Missio a spiegare la radice profonda di questi muri: «La mentalità indifferentista, largamente diffusa, purtroppo, anche tra cristiani, spesso radicata in visioni teologiche non corrette e improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che “una religione vale l'altra”» (RM, no.36).

In questo modo il dialogo con gli uomini e con le altre religioni non si fonda sulla Verità ma su una preoccupazione “politica”, come convivere pacificamente e come cooperare per il bene dell’umanità; è la riduzione a un’etica condivisa. Ma in fondo come avverte san Giovanni Paolo II il vero problema, il nocciolo della questione è la mancanza di fede: «La missione è un problema di fede, è l'indice esatto della nostra fede in Cristo e nel suo amore per noi. La tentazione oggi è di ridurre il cristianesimo a una sapienza meramente umana, quasi scienza del buon vivere. In un mondo fortemente secolarizzato è avvenuta una “graduale secolarizzazione della salvezza”, per cui ci si batte, sì, per l'uomo, ma per un uomo dimezzato, ridotto alla sola dimensione orizzontale».

 


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