Eutanasia per chi non ha speranze. Ma non è malato
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di Leone Grotti04-12-2016 AA+A++

«Il 14 luglio è stato un giorno davvero strano, come si può immaginare». Marcel si blocca, ci ripensa, sembra commuoversi. «Anzi no, possiamo rifarla? Il 14 luglio è stato un giorno bellissimo». Che cosa è successo di «bellissimo» il 14 luglio a Marcel Langedijk, 44 anni, giornalista olandese che vive ad Amsterdam? Ha accompagnato suo fratello Mark, 41 anni, padre di due bambini, divorziato, a farsi uccidere con l’eutanasia.

Mark Langedijk soffriva da otto anni di gravi problemi di alcolismo, dipendenza dalla quale non riusciva a uscire, pur avendo tentato la via della riabilitazione in centri specializzati per ben 21 volte. L’alcol aveva rovinato il suo matrimonio, facendogli percepire la vita come un mero «cocktail di dolore, alcol, solitudine e sofferenza».

In seguito a un litigio con un altro alcolista, Mark ha deciso di farla finita e il suo medico di base, una dottoressa di età inferiore ai 40 anni, ha dato il consenso e accettato di somministrargli personalmente le tre iniezioni letali il 14 luglio nella sua casa di Overijssel. La prima siringa contiene una soluzione salina per pulire le vene, la seconda un anenestico per addormentare, la terza un veleno per fermare il cuore. Se tutti i giornali hanno riportato la sua storia è perché il fratello di Mark, Marcel, ne ha parlato sul magazine olandese dove lavora, Linda.

Quest’anno in Olanda è stato “celebrato” il 15esimo anniversario dall’approvazione della legge che ha legalizzato la “buona morte”, entrata in vigore l’1 aprile 2002. Nel 2014, secondo gli ultimi dati ufficiali disponibili, sono morte di eutanasia 5.306 persone, un aumento del 182 per cento rispetto al 2002 e del 50 per cento rispetto a soli cinque anni fa. Ma siccome la legge registra solo i casi denunciati dai medici, è probabile che il numero reale delle vittime sia almeno del 20 per cento più alto. La legge, approvata inizialmente per rarissimi casi e poche eccezioni, permette oggi a chiunque che “soffra in modo insopportabile” e che non presenti “possibilità di miglioramento” di richiedere l’eutanasia. Non importa essere affetti da qualche patologia, né essere malati terminali. Basta anche non avere più voglia di vivere. L’ultimo caso eclatante aveva riguardato l’uccisione di una ragazza sulla ventina, vittima di abusi, che non riusciva a convivere con le violenze subite.

Secondo uno studio pubblicato su JAMA Psychiatry, tra il 2011 e il 2014 sono stati uccisi molti malati psichiatrici solo perché «soli, depressi o affetti da disturbi alimentari». La principale associazione pro eutanasia Nvve, che pratica anche le iniezioni letali a domicilio su richiesta, dal 2015 tiene un corso in tutte le scuole del paese dal titolo: “Eutanasia – morte normale”. Nvve ha anche invocato l’approvazione della “Kill Pill”, una pillola che a prescindere dalle condizioni fisiche e mentali di una persona venga spedita gratuitamente a tutti gli olandesi che abbiano compiuto i 70 anni.

Marcel Langedijk ha concesso un’intervista video alla Bbc, nella quale ha definito appunto «bellissimo» il giorno in cui il fratello è stato ucciso. Ma non solo. Ricorda così l’ultima mattina di Mark: «Faceva davvero caldissimo, eravamo all’aperto, abbiamo bevuto il suo vino preferito, fumato l’ultima sigaretta e poi siamo rientrati in casa. I miei genitori hanno avuto il tempo di salutarlo e lui di salutare i miei genitori». Poi, in pochi minuti, tutto è finito. Dal modo in cui Marcel parla della morte del fratello, si capisce che ormai in Olanda l’eutanasia non è più considerata una tragedia, un suicidio, o peggio un omicidio, ma un tipo di morte naturale come altri. Una “morte normale”, appunto, come recita il titolo del corso che la Nvve tiene nelle scuole del paese. È solo avendo in mente questo schema che si possono comprendere le frasi che pronuncia il giornalista nell’intervista: «Se lui si fosse sparato o si fosse buttato sotto un treno sarebbe stata una morte così diversa, così crudele. Certo anche così è complicato, è davvero difficile, è un passo enorme».

Durante l’intervista, a un certo punto Marcel sembra mettere in dubbio che la morte sia la soluzione più adeguata al problema dell’alcolismo e di una vita piena di difficoltà e amarezze. Ecco perché riprende, quasi giustificandosi: «Per me è davvero importante assicurarmi che la gente sappia che abbiamo fatto di tutto, ma ci sono alcune persone che semplicemente sono incurabili. Se non le si aiuta con l’eutanasia, finisce che si suicidano».

Resta l’immagine di un paese, l’Olanda, che preferisce favorire l’uccisione delle persone piuttosto che tentare di curarle, ricavandone così anche un bel risparmio sanitario. Marcel prova a cancellare questa immagine: «Non è che in Olanda la prendiamo alla leggera e andiamo in giro a uccidere gli alcolisti. Semplicemente alcune persone non possono essere curate. La cosa che mi disturba di più è che io, mio fratello, i miei genitori sembra che l’abbiamo fatta finita solo perché ci conveniva. Ma questa cosa, ve lo dico, non conviene in alcun modo». Marcel ha già annunciato che sul caso del fratello sta scrivendo un libro che uscirà in tutte le librerie l’anno prossimo.


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