Francescani dell'Immacolata: commissariamento che fa discutere
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di Massimo Introvigne02-08-2013 AA+A++

È tutto un ribollire di blog. Quella che in Francia chiamano la «tradisfera», la galassia dei blog tradizionalisti, non fa che parlare del caso dei Francescani dell'Immacolata, la benemerita congregazione fondata in Italia da padre Stefano Maria Manelli, così ricca di vocazioni - conta oltre trecento frati - e di buone opere.  Con un decreto dell'11 luglio 2013 la Congregazione per i religiosi ha nominato per i Francescani dell'Immacolata un commissario apostolico, il cappuccino Fidenzio Volpi, di fatto esautorando il fondatore, precisando altresì che «il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della Congregazione dei Frati Francescani dell'Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l'uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata dalle competenti autorità per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta».

Conosco e stimo da molti anni i Francescani dell'Immacolata. Li considero un grande dono alla Chiesa italiana e universale. Conosco anche i loro problemi - non sono certo che si possa dire lo stesso per tutti coloro che hanno commentato l'ultima vicenda -, e le ragioni che hanno indotto Benedetto XVI a ordinare una visita apostolica, disposta il 5 luglio 2012. La visita è stata richiesta dall'interno stesso dei Francescani dell'Immacolata, e non da uno sparuto gruppetto ma da superiori di case importanti, non solo a Roma.

Che cosa lamentavano costoro? Con riferimento a noti insegnamenti di Benedetto XVI, affermavano che tra i giovani frati, tra le suore dell'Immacolata e sulle riviste teologiche si fosse diffusa una «ermeneutica della discontinuità e della rottura» rispetto al Concilio Ecumenico Vaticano II, che ne leggeva alcuni documenti - i testi, non solo le loro interpretazioni postconciliari - come in contrasto radicale con il Magistero precedente. La stessa interpretazione di «discontinuità» era data alla riforma liturgica: non solo si celebrava la Messa antica, ma si considerava in qualche modo «inferiore» - in qualche caso, addirittura «sospetta» - la Messa nel rito ordinario successivo alla riforma, e questo particolarmente presso le suore. Da informazioni in mio possesso, il visitatore accertava che una buona parte dei Francescani dell'Immacolata condivideva, a vario titolo e con diverse gradazioni, queste critiche. Vi si aggiungeva - purtroppo - una certa litigiosità interna per questioni anche personali, che in modo umano, troppo umano, spesso è presente negli ordini religiosi e ha accompagnato nei secoli la gloriosa storia della famiglia francescana.

Di qui il provvedimento vaticano - una medicina dura, ma sollecitata da una parte non piccola degli stessi malati -, del quale è bene conoscere la genesi esatta ma che nello stesso tempo solleva qualche legittimo interrogativo, per due ordini di motivi.

Il primo è che Papa Francesco ha messo in guardia, ancora domenica scorsa a Rio, contro due pericoli che corre la Chiesa: una deriva gnostica, illuminista e relativista - quella progressista - e una deriva che chiama «pelagiana», una rigidità fondata sul sogno di un ritorno a un passato che non può tornare, propria di certi ambienti ultra-conservatori. A un osservatore esterno, che pure accolga con deferenza l'insegnamento pontificio sul secondo rischio, quello ultra-conservatore, il primo - il rischio progressista - appare sociologicamente e teologicamente ben più presente nella Chiesa. Questa giustamente vigila sulle deviazioni dell'uno e dell'altro segno: ma colpisce che il primo provvedimento di un certo peso da qualche anno a questa parte sia preso nella direzione dove i rischi, pur presenti, appaiono oggettivamente meno diffusi. La riforma della Curia di Papa Francesco dovrà curare che i provvedimenti vaticani non siano, e neppure appaiano, troppo simili a quelli dei giudici italiani che, quando indagano sui politici, sembrano spesso occuparsi con zelo e urgenza solo di una parte.

La seconda domanda riguarda la Messa tradizionale. Premesso che chi ritiene che quello della Messa sia l'unico motivo che ha indotto alcuni autorevoli Francescani dell'Immacolata a richiedere la visita apostolica non conosce a fondo i fatti, molti si chiedono se il provvedimento, nella parte relativa al Vetus Ordo, non contraddica il motu proprio di Benedetto XVI «Summorum Pontificum» del 2007, che liberalizzava l'uso del vecchio rito per tutti i sacerdoti. Il quadro giuridico cui fa riferimento la Congregazione dei Religiosi è l'art. 3 dello stesso motu proprio di Benedetto XVI, relativo ai religiosi, dove si legge: «Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari».

Certamente la frase del decreto relativa ai Francescani dell'Immacolata patisce qualche problema di scrittura, perché sembra che ai sacerdoti dell'ordine sia ora vietata, senza autorizzazione, anche la celebrazione meramente privata - distinta da quella comunitaria o conventuale - del Vetus Ordo, che secondo l'art. 2 del Motu proprio del 2007 è invece libera per qualunque altro sacerdote di rito latino senza bisogno di alcun permesso dei superiori. Certamente sul punto sono auspicabili chiarimenti da parte del nuovo Commissario, così com'è auspicabile che ai fedeli che normalmente si recano a Messe «Vetus Ordo» celebrate dai Francescani dell'Immacolata sia comunque assicurata la possibilità di assistere alla Messa nel rito che hanno indicato di preferire.

Mi sembra tuttavia esagerato - si tratta, è chiaro, di un'opinione personale, né dispongo di sfere di cristallo per prevedere un futuro che potrebbe smentirmi - vedere nel decreto sui Francescani dell'Immacolata la prima avvisaglia di un'offensiva della Santa Sede contro chi celebra secondo il rito straordinario. Lo fanno molte altre comunità religiose, che non hanno patito alcuna molestia. Nel 2011 la Congregazione per la Dottina della Fede pubblicò l'Istruzione «Universae Ecclesiae», approvata «speciali modo» da Benedetto XVI, sull'applicazione del motu proprio «Summorum Pontificum». Tale Istruzione, all'art. 19, precisa che per potersi avvalere del diritto a chiedere la celebrazione con il Vetus Ordo i fedeli «non devono in alcun modo sostenere o appartenere a gruppi che si manifestano contrari alla validità o legittimità della Santa Messa o dei Sacramenti celebrati nella forma ordinaria». Non solo validità, ma anche legittimità. Questo è tuttora la stato dell'arte.

Si può celebrare la Messa Vetus Ordo, per gli ordini religiosi, con le precisazioni dell'art. 3 del Motu proprio. Ma le sanzioni scattano se questa celebrazione diventa occasione per mettere in discussione la legittimità (non solo la validità) della Messa celebrata secondo la riforma liturgica, o se si accompagna all'insegnamento rispetto al Vaticano II di qualunque forma, che sia fondata su argomenti storici o teologici, della «ermeneutica della discontinuità e della rottura», nella sua versione «anticonciliarista» - l'espressione è di Benedetto XVI, che distingue l'anticonciliarismo dal «progressismo sbagliato», due versioni uguali e contrarie dello stesso errore.

Si può certamente auspicare - l'ho scritto più sopra - che si usi, e si dia anche l'impressione di usare, uguale severità nei confronti del «progressismo sbagliato» rispetto a quella mostrata per l'«anticonciliarismo». Ma la condanna di entrambi gli errori è di Benedetto XVI: non l'ha certo inventata Papa Francesco. Rimanendo fedeli al Papa e alla Chiesa - che è poi il più bell'insegnamento di padre Manelli, il loro fondatore - stiamo vicini in quest'ora difficile ai Francescani dell'Immacolata, e soprattutto preghiamo per loro.


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Ago
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Hamza Piccardo, ex dirigente Ucoii

Diciamo la verità: non ha tutti i torti Hamza Piccardo, ex dirigente dell’Unione delle comunità islamiche (Ucoii), quando chiede che, in base alla legge Cirinnà, pure la poligamia diventi diritto. Accettate le premesse delle legge non si può che accettare anche le conclusioni. In primo luogo le unioni civili si basano sulla libertà di due persone dello stesso sesso di rendere legittimo il loro legame anche di fronte alla legge. Perché vietarlo anche a tre o quattro persone che si vogliono unire reciprocamente?

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(Giovanni 20, 1-9)



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