Già 5 figli? Niente adozione
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di Tommaso Scandroglio04-12-2013 AA+A++

L’amore trova un limite nel numero di figli. È quanto deve aver pensato il giudice del Tribunale per i minorenni di Firenze che ha respinto la richiesta di adozione di un minore straniero da parte di una coppia che ha già 5 figli, di cui due adottati e non in perfetta salute. La famiglia, secondo il magistrato, è “troppo numerosa” e questo “metterebbe a rischio l’equilibrio e l’armonia che i due coniugi hanno saputo garantire ai propri figli fino ad ora”. Insomma oltre il quinto figlio l’amore può diventare squilibrato e caotico. In ossequio ad un curioso criterio merceologico applicato alla famiglia, la quantità può intaccare la qualità.

La decisione sorprende perché proprio il fatto di avere una famiglia numerosa avrebbe dovuto essere la prova provata che la coppia è assolutamente idonea ad educare un sesto figlio. Sorprende anche perché nelle valutazioni psico-sociali i coniugi richiedenti – coppia ormai solida perché sposati da quasi trent’anni - erano risultati idonei all’adozione, tanto è vero che erano stati già riconosciuti adatti a prendersi cura di figli non loro avendo adottato due bambini in precedenza. Sorprende perché il giudice ha tirato fuori dal cilindro un criterio per l’adottabilità – quello del numero di figli della coppia richiedente – che non è presente nelle norme sull’adozione. E i giudici, fino a prova costituzionalmente contraria, dovrebbero applicare le leggi, non inventarsele. Tale criterio doveva essere lasciato semmai alla prudente valutazione della coppia e non imposta a forza da un organo giudicante. Sorprende perché la nostra Costituzione tutela le famiglie – in specie quelle numerose - e il loro sviluppo, anche numerico. Sorprende infine perché la tutela della vita privata sancito dall’art. 10 della Convenzione di Oviedo è chiamata in causa molto spesso a sproposito da un’infinità di giudici soprattutto in ambito europeo per consentire di tutto: dall’aborto alla fecondazione eterologa, dall’adozione omosessuale all’eutanasia. Ma questa volta, guarda caso, tale articolo non vale e lo Stato per tramite dei suoi giudici si arroga il diritto di ficcare il naso nelle faccende private dei suoi cittadini.

Ben inteso: lo Stato lo può fare quando di mezzo c’è il bene comune. E il benessere di un bambino è faccenda che riguarda tutti. Quindi ben vengano regole e controlli per verificare se ci sono le condizioni e le garanzie necessarie affinché il minore possa crescere in un ambiente sano. Ma quello che sconcerta è il fatto che essere inseriti in una famiglia numerosa non è un fattore positivo per i giudici, un titolo in più per avanzare in graduatoria, una seria ipoteca alla felicità del bambino. Bensì è tutto l’opposto: è un handicap al pari di una fedina penale non immacolata da parte dei genitori adottanti. A rigor di logica tra breve dovremo aspettarci provvedimenti dei tribunali che mirino a sottrarre bambini a coppie che hanno “troppi” figli o perlomeno sanzioni pecuniarie per eccesso di numero di figli, come accade in Cina. La prole dunque secondo il giudice fiorentino da bene che arricchisce il rapporto matrimoniale è diventato inciampo, fardello che provoca danni agli altri fratellini.

A fronte di tutto ciò l’Associazione Amici dei Bambini aveva depositato un reclamo presso la Corte d’Appello di Firenze, reclamo cestinato dal PM con le seguenti parole: “Perché questa coppia non riesce ad accontentarsi di quello che ha avuto e a godere di quello che ha?”. La frase del Pubblico Ministero è illuminante perché getta luce sul reale significato attribuito da una certa cultura contemporanea sul valore dei figli e sugli istituti dell’adozione e dell’affido. Tali istituti rispondono non all’esigenza degli adulti di diventare padre e madre o di prendersi cura di un bambino per un certo tempo, bensì l’opposto: rispondono al diritto del minore di crescere in una famiglia o temporaneamente in un ambiente protetto. Il figlio, anche quello naturale, ha valore in sé e non deve ridursi ad oggetto che soddisfa il nostro bisogno di essere genitori. Il PM dunque sbaglia laddove crede che i due signori siano alla ricerca di un sesto figlio per appagare una presunta loro fame di genitorialità. Non si tratta di bulimia paterna o materna. L’adozione non è stata pensata per il benessere degli adottanti – come invece pare credere il Pubblico Ministero - ma degli adottati. Il punto di osservazione privilegiato deve essere dunque quello del bambino: non esiste un diritto al figlio, bensì esiste il diritto del bambino ad avere una famiglia.

E così ci troviamo in un Paese dove si danno in affido i bambini a coppie gay, ma non si lasciano alle cure di una famiglia naturale. Le due decisioni non sono in antitesi o schizofreniche, ma rispondono ad un unico criterio: lotta alla famiglia a tutto campo. Dobbiamo assetare e affamare la famiglia naturale per farla morire di inedia ed incentivare in ogni modo tutte le altre relazioni interpersonali. Morte al matrimonio dunque, perché viva il suo esatto opposto che si incarna nelle convivenze, nei “matrimoni” omosessuali, negli affido “omosex”, nei poliamori e nei divorzi.


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