Hanna e i 300 ebrei di Salonicco salvati dal console
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di Costanza Signorelli23-01-2016 AA+A++

«Yosef e Hanna si sedettero attorno al tavolo, le gambe tremavano per l’emozione e non reggevano. I genitori accostarono delle sedie e si accomodarono accanto a loro. «Se recupero gli ingredienti giusti voglio proprio preparare dei borekas, per festeggiare» annunciò con piglio la signora Izabela e tutti si misero a ridere, come non accadeva da tempo. Poi si strinsero le mani, in una catena, e le sollevarono al cielo. Con lo sguardo fisso ai documenti, che nessuno osava ancora toccare, intonarono insieme una preghiera di ringraziamento ad Adonai». 

Siamo a pagina 104, poco dopo la metà. È questo il momento cruciale, forse il più significativo, del libro Hanna non chiude mai gli occhi di Luigi Ballerini (Edizioni San Paolo), pubblicato in occasione dell’imminente Giornata della Memoria 2016. Le famiglie ebree di Hanna e Yosef, stipate sotto lo stesso tetto e nel medesimo ghetto, per ordine tassativo del Reichsführer SS Himmler - hanno appena ricevuto i tanto attesi “documenti”. Si tratta di vere e proprie carte false che il governo italiano sta emettendo, per mano del console Guelfo Zamboni, al fine di salvare più ebrei possibili dalla furia del Reich, nella colonia ebraica di Salonicco (Grecia).  

É questo l’istante in cui le vite dei protagonisti s’incrociano e la fantasia del romanzo si perde nei dettagli della Storia, quella vera.  Perché, se Hanna e Yosef sono frutto dell’invenzione, la vita del personaggio storico Guelfo Zamboni è quanto di più reale: come ampiamente documentato nel libro, grazie a quest’uomo circa 300 ebrei – italiani e non – si salveranno dalla deportazione nei campi di sterminio e verranno restituiti alla vita. Ma, soprattutto, è questo il momento della storia in cui la speranza, caparbia, vince sull’orribile sete di morte e di terrore. Proprio grazie a questi “documenti” -delle carte d’identità falsificate da Zamboni in persona- le famiglie di Yosef e Hanna otterranno la cittadinanza italiana. Potranno dunque partire, sotto la protezione del consolato italiano, alla volta di Atene e sperare, così, nella salvezza. Una speranza contro ogni speranza, se si pensa che il Reich in soli pochi mesi – da marzo ad agosto 1943 - ha già spazzato via quasi tutti i 55mila ebrei di Salonicco (se ne salveranno in tutto solo 2mila). Ma, proprio per questo, è una speranza che diventava dovere nei confronti della vita. 

La Shoah emerge nel libro in tutte le sue diaboliche sembianze, soprattutto perché raccontata dagli occhi di due adolescenti, poco più che bambini. Sono loro, Hanna e Yosef, che assistono alle più tremende atrocità: non solo le assurde morti- fucilazioni a cielo aperto, lavori forzati e pestaggi sino all’ultimo respiro - ma le stesse condizioni di vita a cui, loro per primi, sono costretti. Ridotti alla fame, i ragazzi vengono progressivamente privati di ogni possibile libertà, assistono alla crudele e sistematica eliminazione di ogni affetto e si convincono nel profondo di essere «nati sbagliati». Hanna e Yosef sono sì un’immagine dell’autore, ma del tutto verosimile: la maggior parte degli episodi narrati nel libro appartengono agli alunni della Umberto I, la scuola italiana a Salonicco, di cui l’autore Ballerini ha potuto leggere i temi e gli scritti dell’epoca. Mentre, tutti i dialoghi tra il vero console Guelfo Zamboni e le autorità di Roma, sono la copia dei telegrammi originali dell’epoca contenuti nel volume dell’Ambasciata d’Italia in Atene, Ebrei di Salonicco 1943. I documenti dell’umanità italiana (2008).

Eppure, sotto le macerie dell’odio più nero, ardono piccole, a tratti impercettibili, braci di speranza. Sono sparse qua e là, in tutto il racconto. Sono il ricordo di un viaggio passato che diventa per Hanna respiro di gioia e libertà, è l’abbraccio di Yosef che scalda quel cuore ormai ghiacciato dal dolore, sono le note armoniose di una fisarmonica, che fanno ballare i più piccini nel ghetto ormai deserto. E ancora: è l’amore innocente che sboccia, giorno dopo giorno, tra i due ragazzini, nonostante la puzza di morte sembri soffocare tutto. O la sete di giustizia del console Zamboni che vìola le spietate leggi imposte dalle autorità militari tedesche, mettendo continuamente a repentaglio la sua stessa vita. Troppo poco, infinitamente poco rispetto all’inferno che si sta consumando in quella piaga della Storia, ma quanto basta per dire che la vita, finché pulsa, tende a un bene che c’è e resiste. 

 

 

 

 


24
Mag
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