I cattolici e la resa della sindrome del giudizio
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di Peppino Zola16-03-2017 AA+A++

Caro direttore,
un amico mi ha segnalato un frase scritta un secolo fa, ma molto attuale, dal grande Chesterton, che ti riporto: “I cristiani non vogliono più accettare l’idea che la vita umana è una battaglia. Vogliono solo sentirsi dire che è una vittoria o una sconfitta”. E quel mio amico aggiungeva che, quindi, la sconfitta in realtà è una resa.
 
Ripeto che mi sembra molto attuale la sindrome descritta icasticamente da G.K.C., sindrome secondo la quale bisognerebbe, anche di fronte alle tragedie attuali, tenere sempre un atteggiamento dimesso, che finisce con l’arrendersi di fronte alle false verità ed esperienze sbagliate proposte dal mondo. Sulla base di questa sindrome, si dimenticano alcuni passaggi del Vangelo nei quali Gesù stesso dice di avere portato la spada e reagisce in modo vivace (diciamo così) di fronte alle ipocrisie di scribi (potremmo dire giornalisti) e farisei (potremmo dire i padroni del pensiero unico).
 
Probabilmente, questa sindrome nasce da una cattiva comprensione di una espressione spesso usata da Gesù, quando raccomandava di “non giudicare”. Con tale frase, mi pare che Gesù volesse dire ai suoi discepoli ed al mondo intero di non condannare, come facevano ipocritamente i farisei. Chiedeva di non condannare nessuno, perché tutti siamo peccatori e nessuno può permettersi di sentirsi a posto, come fanno oggi molti clericali cattolici e laicisti. Infatti, nell’episodio dell’adultera Gesù disarma gli inferociti farisei proprio perché ricorda loro che anch’essi sono peccatori. Ma non condannare non significa astenersi da ogni giudizio circa i fatti e le circostanze.
 
Anzi, penso che sia dovere dei cristiani cercare di annunciare al mondo, nelle forme adatte a ciascuno, il pensiero nuovo portato da Cristo nel mondo, la sua mentalità, il suo modo di vedere le cose, il suo modo di amare tutto e tutti, il suo modo di indirizzare l’uomo verso la salvezza. Infatti, nel medesimo episodio dell’adultera, Gesù non ha condannato la povera donna, ma le ha anche detto di non peccare più, il che implicava un giudizio non sulla persona, ma sul fatto da lei commesso. Gesù non ha condannato, ma ha giudicato.
 
Questo atteggiamento è stato reso chiaro da tutti i recenti Papi: per primo San Giovanni XXIII disse di distinguere il peccato dal peccatore, l’errore dall’errante, secondo il disegno di misericordia ricordatoci da tutti i Pontefici successivi. Senza “giudizio” nel senso qui accennato, non vi sarebbe neppure materia per il perdono e per la misericordia, che hanno senso, appunto, in quanto c’è il peccato ed il peccato non possiamo non giudicarlo, come facciamo quando ci inginocchiamo di fronte al confessore.
 
Sotto sotto, penso che i cristiani del nostro tempo, già preconizzati da G.K.C., preferiscono sottrarsi alla “battaglia” per due motivi: hanno vergogna di Cristo e trovano più comodo (borghesemente) arrendersi al pensiero del mondo, per non avere rogne. Durante un momento di meditazione in questo tempo di Quaresima, il sacerdote che conduceva il gesto ci ha ricordato il peccato di accidia, che il vocabolario così definisce: “Nella teologia cattolica, uno dei sette vizi capitali che consiste nell’indolenza nella pratica del bene”. 
 
Mi è stato insegnato che la pratica del bene cristiano avviene attraverso la carità, la cultura e la missione.  Mi sembra, dunque, che veniamo meno alla nostra responsabilità di cristiani cattolici se rinunciamo al tentativo di trasmettere a tutti il pensiero di Cristo, che impariamo dalla appartenenza alla comunità che Egli ci ha lasciato, la Chiesa.


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