Il G20 evade il problema della crescita zero
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di Stefano Magni29-02-2016 AA+A++

A Shanghai si è concluso il G20, la riunione di tutte le potenze industriali del mondo. Il vertice si è concluso con considerazioni pessimistiche, da tempo di crisi e suggerimenti per misure drastiche, che potrebbero però essere controproducenti.

Che si viva in tempi di crisi è chiaro, prima di tutto, proprio al paese che ha ospitato il vertice: la Cina sta assistendo a un rallentamento senza precedenti della sua crescita economica, al 6,9% contro il 7,3% di crescita del suo Pil nell’anno precedente. La sua industria manifatturiera è in crisi e perde due punti percentuali di produzione, mentre l’impatto della spesa pubblica supera, per la prima volta, la metà del Pil cinese. Il mercato interno non cresce a sufficienza per compensare il crollo delle esportazioni. La Banca centrale di Pechino ha provato a sanare la situazione con grandi iniezioni di liquidità (l’equivalente di 350 miliardi di euro), senza ottenere grandi effetti positivi. Secondo analisti indipendenti, la crisi della Cina potrebbe essere ancor più grave, perché le statistiche diffuse da Pechino non sono verificabili, ma calcolando i consumi di energia, il movimento delle merci e i prezzi all’ingrosso, la crescita cinese potrebbe essersi ridotta anche al 2-3%, la metà rispetto al dato ufficiale del 2014.

Oltre alla Repubblica Popolare, anche un’altra potenza emergente, il Brasile, è entrato in crisi, in modo molto più brusco. Nel gigante sudamericano, che dovrà ospitare le prossime Olimpiadi, il Pil si è addirittura contratto del 3,7%, l’inflazione su base annua sfiora il 10%, il debito pubblico arriva a costituire il 70% del Pil. Basso per i nostri standard, ma da record per un’economia emergente. La crisi non risparmia nessuno, nemmeno la Russia, alle prese con il crollo del prezzo del petrolio (e l’energia è la sua unica vera risorsa), nemmeno il Sud Africa, i cui conti restano positivi ma in prospettiva subirà l’effetto del crollo dei prezzi dei metalli preziosi che esporta. Non è risparmiato il Giappone, che continua a dibattersi nella sua crescita a 0 e nel debito pubblico più pesante del mondo. Non sono sicuri neppure gli Stati Uniti, alle prese con un elettorato che sceglie candidati populisti per le prossime presidenziali, dimostrando grande sfiducia nella prima limitata ripresa. E, soprattutto, è in crisi l’Europa, il cui modello di crescita è ormai in dubbio.

Proprio il vecchio continente è al centro dell’attenzione del G20 e non solo perché contiene pesi massimi come il Regno Unito e la Germania, ma anche perché dalle incertezze sul suo futuro dipendono, ormai, parte non trascurabile delle turbolenze nella finanza. Ciò che preoccupa maggiormente i G20 è la possibilità che il Regno Unito esca dall’Ue. L’eventualità di una “Brexit” viene descritta nel documento conclusivo come un potenziale shock alla stabilità economica del continente. Viene anche preso in considerazione, ma solo come fattore secondario, anche il macro-fenomeno dell’immigrazione di massa, visto come potenzialmente destabilizzante. La crescita dell’eurozona continua, ma a ritmi considerati ancora insufficienti, pari al +1,4% del Pil in media.

Qual è, allora, la ricetta proposta dal G20? Nel documento finale, i ministri delle finanze e i banchieri centrali delle 20 potenze mondiali non forniscono soluzioni chiare. Concordano che si debba ripensare la strategia e che la crescita globale sia a rischio di “deragliamento”. La Cina promette di non effettuare svalutazioni competitive, per evitare di innescare una guerra valutaria. La conclusione comune è che, comunque, la politica monetaria “non è sufficiente”. Non viene bocciata la scelta di Draghi, alla Bce, di aumentare la liquidità in circolazione, ma “mentre le politiche monetarie, come i bassi tassi di interesse, continueranno a supportare l'attività economica e assicurare la stabilità dei prezzi, esse non possono portare ad una crescita bilanciata”, recita il documento finale. Servono, invece, “profonde riforme economiche strutturali”. Ma quali? All’interno della stessa Ue si sono scontrate due linee divergenti. La Germania è ora in minoranza. Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze di Berlino, e Jens Weidmann, capo della Bundesbank, sono contrari ad un rilancio basato su più spesa pubblica e più stimoli monetari. Sarebbe "controproducente", ha detto Schaeuble. Ma, da Roma, Jean Claude Juncker, presidente della Commissione, ribadiva il suo “no all’austerità stupida e cieca”. E sembra proprio questa la linea che seguirà l’Ue: più spesa pubblica, più stimoli all’economia, più liquidità in circolazione.

Funzionerà? Nonostante quel che si dice sull’austerity, tutti i paesi europei, compresi quelli più in crisi, hanno continuamente aumentato la loro spesa pubblica. Prendiamo ad esempio le economie più “colpite” dalla cosiddetta austerity: Grecia, Spagna, Portogallo, Italia. in tutti questi paesi, dal 2007 al 2013 (gli anni della crisi) si è registrato un forte aumento di spesa pubblica in rapporto al Pil, il 25,5% in Grecia, il 14,3% in Spagna, il 9,7% in Portogallo e il 5,6% in Italia. Questo dato è comunque influenzato dall’andamento del Pil: dove si è contratto, come in Grecia, ha fatto chiaramente aumentare l’impatto in percentuale della spesa pubblica, che non è condizionata dalla crisi. In termini assoluti (non in rapporto al Pil, dunque), l’incremento della spesa pubblica è avvenuto comunque in ognuno dei paesi colpiti, dello 0,6% in Grecia, dell’11% in Spagna, del 7,3% in Portogallo e del 6% in Italia. Tutti i nostri governi, dunque, a fronte di una caduta del Pil, non hanno fatto altro che aumentare la spesa pubblica. E a fronte di una possibile instabilità economica futura, cosa propongono? Più spesa pubblica. Se la ricetta non ha funzionato finora, funzionerà in futuro?

Di altre riforme strutturali si parla meno. Il ministro Padoan, alla vigilia del G20, parlava di una proposta di intervento per ridurre la pressione fiscale, ma evitando tagli alla spesa e cercando di rispettare i parametri di Maastricht, che impongono un disavanzo pubblico annuale contenuto al 3% annuo. Ma delle due l’una: se si vuole intraprendere una politica di stimolo economico foraggiato dalla spesa pubblica, si deve scegliere solo se spendere a debito, oppure aumentando le tasse. Quindi, in pratica: o si paga subito, o pagheremo in futuro (o pagheranno i nostri figli). Quel che a Shanghai non è stato affrontato è, piuttosto, un altro tipo di riforma strutturale. La Cina sta perdendo i colpi anche perché non ha un mercato con regole certe, non ha neppure chiaramente definito il diritto di proprietà (che in gran parte resta pubblica), sta subendo gli effetti di una crisi demografica dovuta alla politica del figlio unico, imposta dal regime. Il Brasile deve sopravvivere alla sua stessa politica fondata sulla spesa pubblica e sul debito, su servizi sociali ormai insostenibili e su un apparato pubblico che produce inefficienza e corruzione. Tornando a noi, in gran parte dell’Europa continentale abbiamo mercati ingessati, protetti, altamente regolamentati e lautamente foraggiati dal settore pubblico, tasse molto alte, una crisi demografica sempre più evidente. L’Ue, da sola, produce il 25% del Pil mondiale, ma spende in welfare il 50% di quel che si spende in tutto il resto del mondo. Forse è il caso di notare che non c'è crescita perché si spende molto più di quel che si produce. Dare luce verde a un ulteriore aumento di spesa pubblica vorrebbe dire, semplicemente, permettere agli Stati di perpetuare questo sistema protetto.


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