«Il Giubileo deve arrivare fino alle nostre tasche»
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di Massimo Introvigne10-02-2016 AA+A++

Il 10 febbraio 2016, Mercoledì delle Ceneri, papa Francesco ha continuato il ciclo di catechesi sulla misericordia, trattando il tema del Giubileo e insistendo su come nell'Antico Testamento parole e riti fossero meno importanti dei gesti concreti di condivisione. Il Pontefice ha anche condannato in modo molto duro la piaga dell'usura.

Il Giubileo, ha detto il Papa, è una realtà «antica, attestata nella Sacra Scrittura. La troviamo in particolare nel Libro del Levitico, che la presenta come un momento culminante della vita religiosa e sociale del popolo d’Israele». Ogni cinquant'anni, «nel giorno dell’espiazione» come lo chiama il testo sacro, «quando la misericordia del Signore veniva invocata su tutto il popolo, il suono del corno annunciava un grande evento di liberazione». Il Papa ha invitato a meditare su questo brano del Levitico: «Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo; ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia […] In quest’anno del giubileo ciascuno tornerà nella sua proprietà» (25,10-13). 

Francesco ha spiegato che i debitori che erano stai costretti a vendere la casa o il campo potevano recuperarli, e chi aveva dovuto mettere la sua persona al servizio del creditore tornava libero. «Era una specie di “condono generale”, con cui si permetteva a tutti di tornare nella situazione originaria, con la cancellazione di ogni debito, la restituzione della terra, e la possibilità di godere di nuovo della libertà propria dei membri del popolo di Dio». Questa consuetudine mostra gli Ebrei dell'antichità come «un popolo “santo”, dove prescrizioni come quella del Giubileo servivano a combattere la povertà e la disuguaglianza, garantendo una vita dignitosa per tutti e un’equa distribuzione della terra su cui abitare e da cui trarre sostentamento». In fondo, tutto derivava dall'«idea centrale che la terra appartiene originariamente a Dio ed è stata affidata agli uomini (cfr Gen 1,28-29), e perciò nessuno può arrogarsene il possesso esclusivo, creando situazioni di disuguaglianza». Una lezione che vale anche per i nostri giorni.

Con il Giubileo, ha proseguito il Papa, «chi era diventato povero ritornava ad avere il necessario per vivere, e chi era diventato ricco restituiva al povero ciò che gli aveva preso. Il fine era una società basata sull’uguaglianza e la solidarietà, dove la libertà, la terra e il denaro ridiventassero un bene per tutti e non solo per alcuni, come accade adesso, se non sbaglio…». Pur notando che «le cifre non sono sicure», Francesco ha ricordato gli studi recenti secondo cui «l’ottanta per cento delle ricchezze dell’umanità sono nelle mani di meno del venti per cento della popolazione». 

Il Giubileo serve «a convertirsi, perché il nostro cuore diventi più grande, più generoso, più figlio di Dio, con più amore». Non possono essere solo parole. «Vi dico una cosa - ha voluto aggiungere il Papa -: se questo desiderio, se il giubileo non arriva alle tasche, non è un vero giubileo. Avete capito? E questo è nella Bibbia! Non lo inventa questo Papa: è nella Bibbia». Il Giubileo del Vecchio Testamento era davvero «un “giubileo di misericordia”, perché vissuto nella ricerca sincera del bene del fratello bisognoso» attraverso gesti concreti. Certo, nell'Antico Testamento «anche altre istituzioni e altre leggi governavano la vita del popolo di Dio, perché si potesse sperimentare la misericordia del Signore attraverso quella degli uomini». In quelle antiche norme troviamo «indicazioni valide anche oggi, che fanno riflettere». Ad esempio, «la legge biblica prescriveva il versamento delle “decime” che venivano destinate ai Leviti, incaricati del culto, i quali erano senza terra, e ai poveri, agli orfani, alle vedove (cfr Dt 14,22-29). 

Si prevedeva cioè che la decima parte del raccolto, o dei proventi di altre attività, venisse data a coloro che erano senza protezione e in stato di necessità, così da favorire condizioni di relativa uguaglianza all’interno di un popolo in cui tutti dovevano comportarsi da fratelli». C’era poi la legge sulle cosiddette «primizie». «La prima parte del raccolto, la parte più preziosa, doveva essere condivisa con i Leviti e gli stranieri (cfr Dt 18,4-5; 26,1-11), che non possedevano campi, così che anche per loro la terra fosse fonte di nutrimento e di vita». Ancora oggi, ha esclamato Francesco, «quante “primizie” chi è più fortunato potrebbe donare a chi è in difficoltà! Quante primizie! Primizie non solo dei frutti dei campi, ma di ogni altro prodotto del lavoro, degli stipendi, dei risparmi, di tante cose che si possiedono e che a volte si sprecano». 

Il Papa ricorda pure che la Scrittura «esorta con insistenza a rispondere generosamente alle richieste di prestiti, senza fare calcoli meschini e senza pretendere interessi impossibili». Ancora nel Levitico leggiamo: «Se il tuo fratello che è presso di te cade in miseria ed è privo di mezzi, aiutalo, come un forestiero e ospite, perché possa vivere presso di te. Non prendere da lui interessi, né utili; ma temi il tuo Dio e fa’ vivere il tuo fratello presso di te. Non gli presterai il denaro a interesse, né gli darai il vitto ad usura» (Lv 25,35-37). 

Questo insegnamento, commenta il Pontefice, è sempre attuale. «Quante famiglie sono sulla strada, vittime dell’usura! Per favore preghiamo, perché in questo giubileo il Signore tolga dal cuore di tutti noi questa voglia di avere di più, l’usura. Che si ritorni ad essere generosi, grandi. Quante situazioni di usura siamo costretti a vedere e quanta sofferenza e angoscia portano alle famiglie! E tante volte, nella disperazione, quanti uomini finiscono nel suicidio perché non ce la fanno e non hanno la speranza, non hanno la mano tesa che li aiuti; soltanto la mano che viene a fargli pagare gli interessi. È un grave peccato l’usura, è un peccato che grida al cospetto di Dio». Il messaggio biblico, ha concluso il Papa, è chiaro: «se noi vogliamo misericordia da Dio incominciamo a farla noi. È questo: incominciamo a farla noi tra concittadini, tra famiglie, tra popoli, tra continenti».

 

 


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