Il malato di Sla usato per votare le Dat
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di Benedetta Frigerio15-02-2017 AA+A++

In coincidenza con la discussione in Parlamento sulle Dat (Dichiarazioni anticipate di trattamento), la stampa italiana riportava la vicenda di un uomo di Treviso malato di Sla, la cui moglie ha dichiarato essersi fatto sedare “profondamente” sospendendo alimentazione e idratazione, erroneamente definiti “trattamenti” terapeutici.

La tattica è ormai vecchia, ma resta sempre pericolosa: si usano casi strazianti per dimostrare che ci sono frangenti in cui la disperazione può portare a gesti estremi, ma che si ritengono comprensibili. Perché, si è indotti a credere censurando il fatto che a volte si è in grado di reggere difficoltà che non si sarebbe mai creduto di poter sopportare, non so come reagirei “se mi ci trovassi io”. Situazioni che, quindi, “chi sono io per giudicare?”. Perché, un conto è la teoria e un conto è la pratica. Di fatto, però, pur ammettendo che c’è un punto nel cuore umano che solo Dio puo’ giudicare, legiferare a favore della vita e della morte come se fossero a disposizione dell’uomo resta un errore. Le conseguenze sociali di una tale strada sarebbero infatti devastanti, dando adito a soprusi da parte dei più forti nei confronti dei più deboli. Perché appunto, un conto è lo sbaglio personale dettato dalla disperazione o dalla ribellione alla dipendenza, un conto è metterlo a norma, facendo diventare la morte procurata un valore sociale.

Eppure in Italia sta accadendo esattamente questo. Infatti, stabilendo che il paziente può decidere prima del tempo della sospensione di alimentazione e idratazione in caso di malattia (art.1), e che i genitori  o tutori possono scegliere al posto dei minorenni impossibilitati a farlo (art. 2), si apre di fatto la via all’eutanasia e all’eutanasia minorile. Come ha fatto notare lunedì scorso l’Associazione dei ginecologi e ostetrici cattolici. E come dimostrano anche le legislazioni di Stati come l’Olanda e il Belgio che avendo introdotto norme simili, in nome della battaglia contro l’accanimento terapeutico, di fatto hanno stabilito che la vita, pur solo in certi casi limite decisi arbitrariamente, poteva essere disponibile, non degna. Un principio che ha reso fragilissimi questi stessi limiti di legge, facendoli cadere con il tempo uno a uno, fino ad ammettere (e quindi spingere verso) il suicidio e l’eutanasia di depressi, anziani e bambini. 

Fu contro questo principio di autodeterminazione che alcuni si opposero alle Dat in qualsiasi forma, quando furono presentate per la prima volta in Italia immediatamente dopo l’omicidio di Eluana Englaro, morta dolorosamente di fame e di sete in seguito alla sospensione dei sostegni vitali (alimentazione e idratazione). Il ddl portato allora in parlamento dal centrodestra, convinto che occorresse scrivere una legge sostenendo che alimentazione e idratazione non potevano essere sospese “se non in alcuni casi”, alimentò un dibattito fra cattolici. Infatti, sebbene l’intento fosse quello di salvare altre Eluane, di fatto si apriva una china pericolosa: quel tranne “in alcuni casi”, accettato da molti politici cattolici, rappresentava per altri il pertugio nella diga, la possibile relativizzazione della vita. Dunque bisognava difendere interamente la persona senza accontentarsi di mezze vittorie destinate a tramutarsi in sconfitte (vedi appunto Olanda e Belgio).

Ma quale poteva essere la soluzione se era impossibile stabilire che “alimentazione e idratazione non sono in nessun caso ammissibili” dato che ad alcuni terminali in agonia l’alimentazione non va somministrata? L’unica via, sostennero diversi laici e associazioni cattolici, fra cui Verità e Vita e Medicina e Persona, era quella di proclamare interamente la verità. Anche a costo di una legge peggiore (che poi sarebbe comunque arrivata) introdotta dalla sinistra, in modo che una sconfitta politica non avrebbe rappresentato però una sconfitta educativa. La sola strada era dunque quella di non legiferare, di respingere l’autodeterminazione introdotta dalle Dat, spiegando l’importanza di lasciare che fosse la saggezza del medico, in collaborazione con il paziente e la famiglia, a decidere le terapie caso per caso, in modo che la vita e la morte non venissero mai messe ai voti. Perché, una volta messe ai voti, sarebbero state relativizzate nelle mani dei più forti. 

A confermare la saggezza di una tale posizione era, ed è tutt’ora, il Magistero della Chiesa che ancora oggi si esprime in merito con grande chiarezza. Ratzinger, allora prefetto per la Congregazione della dottrina della fede, emanò nel 2002 la famosa Nota per i cattolici in politica, valida anche per qualsiasi uomo dotato di raziocinio:  “Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno (…)  i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale (…) E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia”, le quali “devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale”. Perciò, nessun fedele “può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali”.

Questo è quello che ancora oggi il Magistero cattolico insegna e che non può essere contraddetto dall’opinione di nessuno, nemmeno di un prelato per alto che sia, dato che il Vangelo da cui si origina è immutabile come è immutabile Dio. Eppure oggi, che a differenza del 2010 dove almeno si dibatteva come si fa delle cose vitali per un paese, vige l’indifferenza, le poche critiche mosse al testo sono già rassegnate alla ricerca di un compromesso. 




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