Il Messico che non ti aspetti, al di là degli stereotipi
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di Robi Ronza17-02-2016 AA+A++

La recente visita di Papa Francesco ha richiamato l’attenzione sul Messico, un Paese cui in Italia si pensa di solito come a una bella meta turistica, ma del quale in genere non si percepiscono affatto né l’importanza, né le dimensioni.

L’antica e ingente migrazione italiana in Argentina, dove un terzo della popolazione discende da nostri emigrati, fa sì che quando si pensa all’America di lingua spagnola il primo Paese che a noi viene in mente sia appunto l’Argentina, oggi più che mai alla ribalta essendo la patria di papa Francesco (egli stesso come si sa di discendenza piemontese). E anche tra i meglio informati molti credono che il maggiore Paese dell’America di lingua spagnola sia appunto l’Argentina. Invece è il Messico che, con i suoi circa 120 milioni di abitanti, ha quasi il triplo della popolazione dell’Argentina e un’economia più moderna anche se un reddito pro capite leggermente inferiore.

Pur essendo il primo Paese di lingua spagnola del mondo, e il secondo dell’America Latina per numero di abitanti e per peso economico dopo il Brasile, il Messico, dove attualmente risiedono soltanto 16.900 italiani, nel migliore dei casi in Italia viene immaginato, come dicevamo, quasi soltanto come una meta turistica. Ciononostante l’interscambio commerciale italo-messicano cresce attualmente a un tasso del 9,3 per cento all’anno; dal 2000 al 2014 è passato da 1819 a 6913 milioni di dollari. Secondo dati dell’Istituto Commercio Estero, Ice, le aziende a capitale italiano presenti in Messico risultano essere 1764, di cui 310 con filiali commerciali strutturate e circa 100 anche con uno o più stabilimenti di produzione. Si tratta fra l’altro di un Paese che si raccomanda come grande piattaforma di export-import intercontinentale dal momento che, mentre da un lato fa parte del Nafta, il mercato comune nordamericano, dall’altro ha accordi di libero scambio sia con Paesi europei che con Paesi dell’Estremo Oriente. Tutto questo anche sullo spunto dei suoi antichi legami con le Filippine, colonia che la Spagna governava attraverso il suo viceré in Messico; basti dire che la diocesi di Manila fu a lungo suffraganea di quella di Acapulco, scalo di partenza e di arrivo delle navi che collegavano le Filippine al Messico.

Pur senza nulla togliere al legame di sangue che ci lega all’Argentina e rispettivamente al Cile da una parte e all’Uruguay dall’altra, tutti Paesi meta di nostri grandi flussi migratori nei secoli XIX e XX, resta il fatto che la percezione che perciò abbiamo dell’America latina di lingua spagnola ne risulta come capovolta. L’Argentina, l’Uruguay e anche il Cile sono storicamente la periferia di una realtà di cui Messico, Colombia e Perù costituivano il centro. E oggi, dopo una lunga eclissi, tale centralità sta riemergendo. E’ in primo luogo una centralità culturale, da cui però consegue anche un crescente rinvigorimento economico.

Paese per oltre settant’anni, per quasi tutto lo scorso secolo, governato da un regime laico-massonico che mirava all’estinzione della Chiesa, il Messico, teatro per questo nel 1926-29 della rivolta popolare detta dei “cristeros”, è stato poi uno dei Paesi dove più si sviluppò il confronto tra esperienza cristiana e marxismo rivoluzionario poi concluso da Giovanni Paolo II con il suo intervento  all’assemblea dei vescovi latinoamericani riunita a Puebla nel gennaio 1979. E resta tuttora un Paese-chiave per le sorti della fede e della Chiesa in America Latina, come bene papa Francesco ha sottolineato con i gesti e con le parole del suo recente viaggio. Tanti e tutti importanti sono i motivi che giustificano insomma la riscoperta del Messico al di là dei luoghi comuni.


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