Il rifiuto di Dio e dell'uomo alla base della tecnocrazia
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di Massimo Introvigne17-05-2013 AA+A++

Cogliendo l’occasione della presentazione delle lettere credenziali degli ambasciatori di quattro Paesi – il Kyrgyzstan, Antigua e Barbuda, il Lussemburgo e il Botswana – il 16 maggio Papa Francesco ha riproposto un insegnamento fondamentale dell’ampio Magistero che Benedetto XVI aveva consacrato alla crisi economica internazionale in atto dal 2008.
Le radici di questa crisi, ha ribadito il Pontefice, non sono semplicemente economiche, ma antropologiche e vanno cercate nel rifiuto della nozione di bene comune e ultimamente nel rifiuto di Dio che ispirano l’ideologia dominante dei poteri forti contemporanei, che Papa Ratzinger chiamava tecnocrazia.

«L’umanità – ha detto Papa Francesco – vive in questo momento come un tornante della propria storia». Se vi è certamente un progresso tecnologico, utile all’uomo in molti campi, «va anche riconosciuto che la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo continuano a vivere in una precarietà quotidiana con conseguenze funeste».
Il quadro dipinto dal Papa è tutt’altro che rassicurante: «alcune patologie aumentano, con le loro conseguenze psicologiche; la paura e la disperazione prendono i cuori di numerose persone, anche nei Paesi cosiddetti ricchi; la gioia di vivere va diminuendo; l’indecenza e la violenza sono in aumento; la povertà diventa più evidente. Si deve lottare per vivere, e spesso per vivere in modo non dignitoso».

Quali sono le cause della crisi? Anzitutto, risponde Papa Francesco, dobbiamo guardare con un serio esame di coscienza «al rapporto che abbiamo con il denaro, nell’accettare il suo dominio su di noi e sulle nostre società». Potrebbe sembrare che il problema sia dunque di natura prevalentemente economica. Ma, come appunto già insegnava Benedetto XVI, non è così. Oggi «la crisi finanziaria che stiamo attraversando ci fa dimenticare la sua prima origine, situata in una profonda crisi antropologica. Nella negazione del primato dell’uomo!

Abbiamo creato nuovi idoli. L’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,15-34) ha trovato una nuova e spietata immagine nel feticismo del denaro e nella dittatura dell’economia senza volto né scopo realmente umano».
Ci troviamo di fronte a «deformità» della finanza e dell’economia, alla cui radice c’è «soprattutto la grave carenza della loro prospettiva antropologica, che riduce l’uomo a una sola delle sue esigenze: il consumo».
Il consumo è una dimensione reale dell’economia, che non va demonizzata. La deformità nasce quando «l’essere umano è considerato egli stesso come un bene di consumo che si può usare e poi gettare. Abbiamo incominciato questa cultura dello scarto», che il cardinale Bergoglio denunciava anni fa a Buenos Aires citando l’esempio di un’«eutanasia silenziosa» praticata negli ospedali, senza troppo dirlo, a danno di malati senza parenti – o con parenti complici – lasciati morire nelle corsie.

La stessa «solidarietà, che è il tesoro dei poveri, è spesso considerata controproducente, contraria alla razionalità finanziaria ed economica».
L’esito paradossale della crisi, che porta solo pochi ultra-ricchi ad arricchirsi ancora di più mentre sia le classi medie sia quelle più disagiate s’impoveriscono ogni giorno, «deriva da ideologie che promuovono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria», «una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone unilateralmente e senza rimedio possibile le sue leggi e le sue regole».

Si riconosce qui la critica alla tecnocrazia di Benedetto XVI: un sistema dove domina un’economia virtuale, falsa, dove «l’indebitamento e il credito allontanano i Paesi dalla loro economia reale e i cittadini dal loro potere d’acquisto reale». Anche «una corruzione tentacolare e un’evasione fiscale egoista» e «una volontà di potenza e di possesso [che] è diventata senza limiti» danno il loro contributo.
Ma – attenzione – non si tratta solo di mancanza di solidarietà, di senso civico, di rispetto delle regole che dovrebbero mantenere sotto controllo la finanza. Il problema, avverte il Pontefice, è molto più radicale e riguarda «il rifiuto dell’etica» e «il rifiuto di Dio».

Anzitutto, il rifiuto della legge naturale: «proprio come la solidarietà, l’etica dà fastidio! È considerata controproducente: come troppo umana, perché relativizza il denaro e il potere; come una minaccia, perché rifiuta la manipolazione e la sottomissione della persona». Ma neppure il rifiuto dell’etica naturale – cioè di «un’etica non ideologica – è la dimensione ultima della crisi. In effetti «l’etica conduce a Dio», ed è proprio Dio che i poteri forti della tecnocrazia rifiutano.
«Dio è considerato da questi finanzieri, economisti e politici, come non gestibile, Dio non [è] gestibile, [è] addirittura pericoloso perché chiama l’uomo alla sua piena realizzazione e all’indipendenza da ogni genere di schiavitù».

Certo, a fronte della gravissima crisi economica internazionale «sarebbe auspicabile realizzare una riforma finanziaria che sia etica e che produca a sua volta una riforma economica salutare per tutti. Questa tuttavia richiederebbe un coraggioso cambiamento di atteggiamento dei dirigenti politici».
Ma perché avvenga questo «ritorno dell’etica» la politica e l’economia dovrebbero convincersi che «il bene comune non dovrebbe essere una semplice aggiunta, un semplice schema concettuale di qualità inferiore inserito nei programmi politici», ma lo scopo e la misura dell’agire delle istituzioni che presiedono all’economia e dei governi. E se questi manterranno il loro rifiuto di «rivolgersi a Dio per ispirare i propri disegni», allora «la dicotomia assoluta tra la sfera economica e quella sociale» continuerà a generare crisi sempre più gravi.


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