Il virus ebola si diffonde, l'Europa si prepari
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di Anna Bono29-07-2014 AA+A++

Il 22 luglio scorso ebola ha raggiunto una delle città africane più popolose: Lagos, l’ex capitale della Nigeria, una megalopoli di quasi 12 milioni di abitanti. Si delinea così lo scenario più temuto: la possibilità che il virus letale si diffonda in una città densamente popolata – circa 15.000 abitanti per chilometro quadrato – e che l’epidemia diventi del tutto fuori controllo.

Ad accrescere l’allarme è il fatto che il virus è arrivato in Nigeria portato da un passeggero che viaggiava a bordo di un aereo di linea proveniente dalla Liberia. L’uomo si è sentito male mentre ancora si trovava in aeroporto, è stato subito ricoverato in un ospedale cittadino dove è deceduto. I test effettuati nel frattempo hanno confermato che a ucciderlo è stato il virus ebola. Le autorità nigeriane garantiscono di aver intercettato tutti i passeggeri del volo e di tenerli sotto controllo. Sostengono inoltre che nel tragitto dall’aeroporto all’ospedale il paziente non è entrato in contatto con nessuno, ad eccezione del personale che lo stava assistendo, e che appena giunto a destinazione l’uomo è stato immediatamente messo in quarantena. Infine hanno lanciato l’allarme rosso in tutto il paese. Tutti i posti di frontiera terrestri, tutti gli accessi al paese via mare e per via aerea sono controllati e presidiati da personale sanitario specializzato.

Non solo Lagos, ma tutta la Nigeria è molto popolata. I nigeriani sono più di 160 milioni e il paese presenta una delle densità demografiche più elevate del continente: 184 abitanti per chilometro quadrato.

Si saprà nei prossimi giorni se davvero medici e forze dell’ordine sono riusciti a impedire la diffusione del virus a Lagos. Quanto alle frontiere, come succede in quasi tutti gli stati africani, in realtà estesi tratti di confine sono privi di controllo: basti pensare che i terroristi Boko Haram indisturbati varcano il confine con il Camerun, dove hanno creato diverse basi, e rientrano in patria per mettere a segno nuovi attentati.

L’esempio di altri stati non è rassicurante. Benché sostenessero di aver attivato tutte le misure necessarie, né la Liberia né la Sierra Leone né, prima ancora, la Guinea Conakry, dove l’epidemia è iniziata, sono riuscite a fermare la diffusione del virus che da gennaio ha già causato 660 morti accertati.

L’Oms ha inviato decine di esperti, ma ritiene che per fermare il virus occorra maggiore impegno da parte dei governi dell’Africa Occidentale. Peraltro l’agenzia delle Nazioni Unite ha a sua volta sottovalutato troppo a lungo il pericolo, anche dopo che dalla regione Foréstière sudorientale della Guinea, dove si erano verificati i primi casi, il virus si era esteso ad altre regioni, raggiungendo infine la capitale Conakry, portata da una famiglia che aveva partecipato al funerale di un ammalato contraendo la malattia durante le esequie.

Ancora all’inizio di aprile, l’Oms riteneva che quella in atto non si potesse neanche definire una epidemia vera e propria perché la malattia era circoscritta a una zona geografica limitata. Di diverso avviso si era subito detta invece l’organizzazione non governativa Medici senza frontiere, secondo cui si trattava di un’ “epidemia senza precedenti”: non per numero di contagi e di decessi, diceva allora, ma per la vastità dell’area coinvolta. Ormai l’epidemia sta diventando senza precedenti anche in termini di vittime.

Come nel caso di altre emergenze umanitarie, i governi dei paesi colpiti hanno gravi, evidenti responsabilità per i ritardi e l’inefficienza con cui affrontano la situazione. Nei giorni scorsi il capo della Chiesa metodista unita della Sierra Leone, il vescovo John Yambasu, ha usato parole dure nel denunciare il rifiuto del governo del suo paese di decretare lo stato di emergenza sanitaria e la sua incapacità a mobilitare le risorse necessarie per far fronte all’epidemia nonostante che il numero dei casi cresca ogni giorno. A nome della unità operativa interreligiosa costituita per assistere e aiutare la popolazione, Monsignor Yambasu ha espresso profonda delusione per come si comportano le autorità: “il governo è troppo preoccupato per le connotazioni politiche per decretare lo stato di emergenza – ha dichiarato – la gente muore nelle foreste e il virus continua a diffondersi”.

Abbandonata a se stessa, la gente priva di informazioni e terrorizzata rifiuta il ricovero in ospedale, nasconde i malati in casa e nelle chiese, ostacola l’operato del personale sanitario e delle forze dell’ordine, al punto che alla fine di giugno i governi di Liberia e Sierra Leone hanno decretato che chiunque nasconda persone sospettate di essere ammalate di ebola sarà perseguito penalmente.

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