Immigrazione alcune certezze
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di Anna Bono21-04-2017 AA+A++

Circa il 95% degli stranieri che sbarcano in Italia non sono profughi: non sono persone stremate da povertà estrema, non sono persone scampate a minacce di morte, torture, privazione dei diritti umani. Arrivano dal sud della Nigeria, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio... sono emigranti illegali. Nel 2016 ne sono arrivati 181.045, 123.482 dei quali hanno chiesto asilo. Le commissioni territoriali hanno esaminato 90.473 richieste accogliendone 4.940, pari al 5,4% delle domande esaminate, al 3,9% di quelle presentate e al 2,7% del totale degli sbarchi. 

Il Decreto di contrasto all’immigrazione illegale appena convertito in legge dal parlamento intende porre rimedio a questa situazione accelerando un poco le procedure di richiesta di asilo e di rimpatrio di chi risulta non avere diritto allo status di rifugiato. Sapremo tra qualche mese se servirà a qualcosa, se cioè, diffondendosi la notizia che è diventato un po’ meno facile fermarsi in Italia, a meno di essere minorenni, centinaia di migliaia di giovani africani rinunceranno all’idea di emigrare clandestinamente. 

Già adesso però alcune cose le sappiamo. 

Prima di tutto sappiamo che esistono modi di contrasto provatamente efficaci, ad esempio quelli adottati dalla Spagna. Il flusso lungo la rotta dall’Africa alla Spagna si era già molto ridotto nel 2015: poche migliaia di arrivi, soltanto 13.000 richieste di asilo. Nel 2016 sono stati ancora meno. È un risultato che si deve a un vasto apparato di controllo che consente un buon monitoraggio dei mari e dei confini, alla cooperazione tra Spagna, Marocco, Senegal e Mauritania, a una ferma politica di rimpatri e all’inasprimento delle pene per gli scafisti. Inoltre Ceuta e Melilla, le due città spagnole in Marocco, sono state rese quasi inespugnabili con reti alte sei metri, fossati e più guardie di frontiera il che consente quasi sempre di intercettare e respingere su suolo marocchino gli emigranti che tentano di superare il confine. Dal 1° gennaio 2017 al 12 aprile in Spagna sono arrivati via mare 1.510 stranieri, in Italia 35.655. 

La seconda cosa che sappiamo con certezza è che in Africa autorità politiche, Chiese, mass media, società civile... chiunque disapprovi l’emigrazione illegale, per misure di “contrasto” intende iniziative volte a impedire e al tempo stesso disincentivare gli espatri, con destinazione l’Italia e l’Europa, ricorrendo a organizzazioni criminali: i giovani africani non devono più andarsene clandestinamente, è insensato che affrontino disagi e pericoli, sprechino denaro, perdano mesi e anni di vita, con il rischio al ritorno di essere mal visti e respinti da chi si aspettava che in Italia facessero fortuna e li vede invece tornare a mani vuote. Samba Ceesay, un ragazzo del Gambia di 26 anni, è rientrato in patria nel novembre del 2016 dopo 15 mesi trascorsi percorrendo una delle rotte che portano in Libia. In Burkina Faso è stato catturato da dei delinquenti che gli hanno rubato tutto e volevano anche un riscatto dalla sua famiglia. Da casa non è arrivato niente, ha rischiato di essere ucciso. Dopo un mese però è stato rilasciato. Senza più denaro, tuttavia Samba ha deciso di proseguire verso la Libia: un viaggio lungo e lento, dovendosi fermare spesso per lavorare e guadagnare abbastanza da poter ripartire. A fatica è riuscito ad arrivare nel sud della Libia, ma qui, non trovando un lavoro o il modo di procurarsi il denaro per attraversare il Sahara e poi il Mediterraneo, si è arreso. Ha avuto fortuna, a quel punto, perché l’ufficio dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, di Agadez lo ha aiutato a tornare indietro. Ma i suoi parenti l’hanno accolto malvolentieri, delusi perché avevano contato che riuscisse ad arrivare in Europa e incominciasse a spedire del denaro a casa. Lo aiuta l’Oim, adesso, per prima cosa a trovare un lavoro. “Se non arrivi in Europa – dice Samba – se torni indietro a mani vuote, senza mezzi per ricominciare, è molto, ma molto difficile essere accolti e ritrovare un posto nella propria comunità”.

La terza cosa che sappiamo è che povertà, violenza, guerre se non sono i fattori che spingono a emigrare in Italia tanti giovani africani, tuttavia affliggono effettivamente milioni di persone che hanno bisogno estremo di aiuto. Per soccorrerle ci vogliono risorse, decine di miliardi di dollari ogni anno che si aggiungono a quelli stanziati per far fronte a progetti di assistenza e sviluppo programmati. Guai se mancassero i fondi necessari.

Una delle ultime emergenze, l’epidemia di Ebola scoppiata alla fine del 2013 in Guinea Conakry, Sierra Leone e Liberia e conclusasi nei primi mesi del 2016, è stata fermata grazie agli aiuti internazionali. I tre stati colpiti non erano in grado di farvi fronte da soli. Alla fine del 2015 la comunità internazionale aveva già sborsato più di 3,6 miliardi di dollari spesi in presidi medici, personale, attrezzature, per creare tre unità di crisi, addestrare 24.665 operatori sanitari e attrezzare 24 laboratori per test diagnostici. 

Adesso servono urgentemente interventi umanitari per le vittime della carestia in Somalia, Nigeria nord orientale, Sudan del Sud e Yemen, oltre 20 milioni di persone che patiscono la fame. Le Nazioni Unite hanno chiesto a febbraio 4,1 miliardi di euro per assisterli. Finora hanno ricevuto circa un miliardo soltanto. L’Italia nel 2017 spenderà almeno 4,3 miliardi di euro per gli immigrati illegali. È possibile che sia tra i paesi che ancora non hanno potuto rispondere generosamente all’appello dell’Onu.


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