«Io, convertita dopo tre aborti Ecco perché dico il rosario davanti alle cliniche»
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14-05-2014 AA+A++

Quella che segue è la lettera di una donna di nazionalità rumena che da più di vent’anni vive nel nord Italia. La conosco da tempo, ma soprattutto mi è noto il suo travagliato percorso di conversione, passato attraverso l’esperienza dolorosa dell’aborto. Mi ha contattato per far pubblicare una sua lettera aperta al segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino. Quella donna, infatti, è stata colpita dal giudizio rilasciato al Quotidiano Nazionale da parte dello stesso presule (leggi qui), quando ha affermato: «Io non mi identifico con i visi inespressivi di chi recita il rosario fuori dalle cliniche, che praticano l’interruzione della gravidanza». (Gianfranco Amato)


«Eccellenza,

sono una donna ormai di mezza età che è passata attraverso l’amara esperienza dell’aborto. Per ben tre volte ho soppresso la vita dei bimbi che portavo in grembo. Solo la fede ritrovata per grazia mi ha fatto comprendere l’atrocità di ciò che ho commesso, e mi ha condotto ad un impegno in difesa della vita. Così, anch’io mi sono ritrovata tra quelle persone che pregano davanti alle cliniche in cui avvengono quelli che la Chiesa giustamente definisce “abominevoli crimini”. Se ho deciso di recitare il rosario in quei luoghi è stato solo per implorare una grazia per quelle povere donne. Ho pregato che il loro cuore potesse essere illuminato in un momento di così cupo dolore.

Eccellenza,

io non ho il volto patinato di un’attrice, ho un volto normale uguale a quello di tante altre donne, ma sarebbe ingeneroso definirlo “inespressivo”. Il mio volto è capace di ridere e di piangere come il volto di ogni essere umano. Le posso assicurare, Eccellenza, che quando il peso dei miei molti peccati ha fatto sgorgare lacrime amare sul quel volto, un’espressione di dolore c’era. Eccome se c’era! Ancora adesso riesco a commuovermi per quelle donne che non sono capaci di accogliere il dono della vita. E per loro continuerò a pregare, anche se questo Lei, forse, fatica a comprenderlo. Capisco, del resto, che come uomo Lei abbia difficoltà ad immaginare cosa significhi la tragedia di una maternità autonegata. 

Nella Chiesa, Eccellenza, per quello che ho fatto non mi sono sentita giudicata. Ed è per questo che io non giudico nessuno. Prego solo per quelle donne che, a volte ignare, commettono i miei stessi errori, precipitando, poi, nell’abisso di un eterno rimorso. Ecco perché, Eccellenza, mi permetto indegnamente di suggerire anche a Lei di non giudicare il volto di chi prega in favore della vita. La misericordia di cui tanto giustamente parla Papa Francesco passa anche attraverso questa capacità di amare e comprendere tutti i volti. Perché non esistono volti inespressivi. Ogni volto, anche quello più orripilante, è sempre un’espressione dell’anima. E ogni volto, Eccellenza, è sempre l’immagine di Dio. Con devozione. Maria».

 


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