L'Isis attacca Santa Caterina per colpire il cristianesimo
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di Giorgio Bernardelli20-04-2017 AA+A++

Il numero di morti e feriti non sempre è il metro più indicato per misurare l'entità di un attentato terroristico: soprattutto in Medio Oriente contano molto il luogo prescelto e la sua storia. Ed è quanto faremmo bene a tener presente dopo l'attacco che l'altra sera in Egitto ha visto un gruppo jihadista scontrarsi con una pattuglia di militari a due passi dal monastero di Santa Caterina, nella penisola del Sinai.

L'attacco non ha colpito direttamente il luogo sacro, ma il posto di blocco militare che si trova sulla strada, a qualche centinaio di metri di distanza. Secondo la ricostruzione ufficiale fornita dalle autorità del Cairo il commando avrebbe aperto il fuoco da una collina sulle forze di sicurezza, che avrebbero risposto, respingendo l'assalto. Un ufficiale di polizia, però, è rimasto ucciso e altri quattro agenti feriti. L'azione è stata subito rivendicata dall'Isis, attraverso la solita agenzia Amaq; ieri poi, in un nuovo conflitto a fuoco, le forze di sicurezza egiziane hanno ucciso un miliziano che - secondo quanto riferito dall'esercito - probabilmente faceva parte del commando entrato in azione a Santa Caterina e con sé aveva materiale inneggiante allo Stato islamico. Sempre secondo le autorità del Cairo a denunciare la presenza sua e di altri uomini dell'Isis sarebbero stati alcuni capi tribù beduini, che evidentemente non hanno gradito le ultime mosse dei jihadisti (con cui peraltro a lungo hanno fatto affari in questa regione del Paese).

Probabilmente stavolta - grazie alla reazione militare - l'attacco ha avuto effetti molto limitati rispetto alle intenzioni; ciò non toglie, però, quanto accaduto l'altra sera è l'ennesimo segnale preoccupante che arriva dall'Egitto. Chi è entrato in azione voleva colpire con un colpo ad effetto proprio il monastero di Santa Caterina e non solo i suoi guardiani. Finora, infatti, gli attacchi nei confronti dell'esercito erano avvenuti quasi tutti nel nord del Sinai, nell'area di al Arish; mentre invece il luogo preso di mira l'altra notte si trova nel sud della penisola desertica, non lontano dalle località turistiche sul Mar Rosso.

Al monastero di Santa Caterina volevano colpire un simbolo, i jihadisti, esattamente come  avvenuto nella domenica delle Palme, con gli attentati a Tanta e alla cattedrale di Alessandria. Perché questo monastero a 1800 metri di altezza è un luogo fondamentale per la storia del cristianesimo. E non solo perché da qui parte il sentiero che con i suoi 734 scalini porta al Monte di Mosé, il luogo dove Dio consegnò le tavole dell'Alleanza. Ma anche perché in questo angolo del Sinai il monachesimo è presente fin dal III secolo d.C.; e l'attuale monastero-fortezza venne fatto costruire nel VI secolo da Giustiniano, lo stesso imperatore bizantino a cui si deve la basilica della Natività a Betlemme. Al di là delle sue stesse pietre, l'importanza di questo insediamento sta nel tesoro di fede che ha custodito per tutti questi secoli; basti citare la biblioteca del monastero, che conta tuttora oltre 3 mila manoscritti e 5 mila incunaboli. Da qui viene anche il famoso Codex Sinaiticus - una versione della Bibbia risalente al IV secolo, una delle più importanti fonti per gli studiosi della Sacra Scrittura - oggi al British Museum, dopo essere finito nell'Ottocento nelle mani dello zar di Russia. Ma - soprattutto – è a questo luogo che fa riferimento il patto di Santa Caterina, il documento che una parte della tradizione musulmana attribuisce a Maometto (ma che i radicali considerano apocrifo) in cui il Profeta stesso parla della protezione da garantire ai cristiani, alle loro chiese e alle loro proprietà.

Colpire il monastero di Santa Caterina, dunque, sarebbe stato ferire al cuore la cristianità (anche se fuori dall'Egitto nemmeno si ricorda di questo posto) e anche le premesse dottrinali di qualsiasi forma di convivenza pacifica tra cristiani e musulmani. Oltre a rappresentare un'ulteriore sfida al viaggio di papa Francesco al Cairo. Perché questo posto, non a caso, era stato la tappa centrale nel pellegrinaggio giubilare di Giovanni Paolo II nel 2000. Mentre oggi, nel tempo del terrore jihadista, resta inaccessibile per il Papa di Roma e per i pellegrini cristiani che non osano più spingersi fino a qui.

È interessante, dunque, rileggere oggi quanto Wojtyla disse proprio qui: «Il monastero di Santa Caterina - ricordò il 26 febbraio 2000 - reca tutti i segni del tempo e del tumulto umano, ma sta quale indomita testimonianza dell'amore e della sapienza divini. Proprio in questo Monastero san Giovanni Climaco scrisse La Scala del Paradiso, un capolavoro spirituale che continua a ispirare monaci e monache, dall'Oriente e dall'Occidente, generazione dopo generazione. (...) Prego affinché nel nuovo millennio il monastero di Santa Caterina sia un faro luminoso che chiama le Chiese a conoscersi meglio reciprocamente e a riscoprire l'importanza agli occhi di Dio di ciò che ci unisce a Cristo». Un faro per il nuovo millennio, lo definiva Giovanni Paolo II. Una luce antica di cui l'Egitto oggi ha quanto mai bisogno.


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