La dittatura gay comincia da Casale Monferrato
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di Alfredo Mantovano24-09-2013 AA+A++

Immaginiamo la scena. Una domenica sera di fine estate, una tranquilla città di provincia, un gruppo di associazioni di gay che riuniscono pacificamente i loro simpatizzanti per parlare della legge anti omofobia e per esporre le loro ragioni a sostegno dell’introduzione del matrimonio fra persone dello stesso sesso. Non fanno in tempo a iniziare: nella sala fino a quel momento serena irrompono militanti di organizzazioni ostili, i quali urlano, esibiscono t-shirt e cartelli offensivi, salgono sul palco dei relatori, costringono il convegno a interrompersi. Una vicenda così sarebbe andata subito fra i titoli di apertura dei tg serali, nelle prime pagine dei quotidiani del giorno successivo, qualche alta carica istituzionale si sarebbe precipitata sul posto per manifestare vicinanza agli organizzatori, il Senato si sarebbe riunito d’urgenza per approvare il prima possibile la legge anti omofobia nella versione più punitiva, e guai a chi avesse obiettato qualcosa. Dimenticavo: gli autori della vile aggressione sarebbero stati processati per direttissima.

Domenica 22 a Casale Monferrato non è andata esattamente così. Tre pacifiche associazioni ecclesiali, Alleanza Cattolica, Comunione e liberazione e Movimento per la vita, organizzano nell’auditorium San Filippo un convegno dal titolo Gender, omofobia, transfobia. Verso l'abolizione dell'uomo?, col patrocinio dell'Ufficio per la Pastorale della salute della diocesi di Casale. Presente un pubblico di 150 persone, saluta un sacerdote – don Luigi Cabrino – in rappresentanza della diocesi; introduce una signora, Margherita Garrone, benemerita dei Centri di aiuto alla vita. Relatori l’avv. Giorgio Razeto, dei Giuristi per la vita, e il prof. Mauro Ronco, di Alleanza Cattolica. Un convegno si studio e di approfondimento, al quale assiste il sindaco di Casale, l’ing. Giorgio Demezzi: che l’aria non sia delle migliori lo si coglie prima dell’avvio, quando relatori e pubblico sono accolti all’ingresso da un picchetto di persone che indossano magliette e reggono cartelli con rivendicazioni dei movimenti gay.

 Il bello viene quando iniziano le relazioni: parla l’avv. Razeto e partono le prime provocazioni, tutto sommato soft, provenienti da una quarantina di molestatori che entrano in sala. La parola passa al prof. Ronco e si scatena il finimondo: nonostante le urla, i fischi, i “buuu” alternati ai “vergogna!”, Ronco va avanti col tono più calmo possibile, senza reagire, nemmeno verbalmente. Alle parole si accompagnano i gesti: c’è chi si mette di fronte al tavolo del convegno con le braccia allargate e grida al relatore che sta mentendo e non sa quello che di dice; una ventina di ragazze, reggendo dei cartelloni, salgono sul palco e si dispongono a cerchio attorno al tavolo stesso. Non potendo più proseguire, Ronco chiude l'intervento e invita il pubblico a lasciare la sala senza raccogliere provocazioni. Nel frattempo giungono due carabinieri, chiamati dal sindaco, ma il convegno è ormai rovinato, e la presenza dei militari evita ulteriori degenerazioni.

 Nessun tg, neanche quello regionale, riporta la notizia e il giorno dopo sui quotidiani nazionali non compare nemmeno un trafiletto di cento battute. Silenzio assoluto! Con una sola eccezione: presente all’incontro è un giornalista de Il Fatto quotidiano, Simone Badaucco, che ha cura di filmare le scene dell’irruzione e di pubblicarle sul sito del giornale (per vederle clicca qui e qui).

Apprendiamo così che la contestazione è avvenuta da parte di attivisti e attiviste del Coordinamento Torino pride Glbt, unitamente al collettivo Altereva e ad Arcigay. Nella cronaca che accompagna il video pare cogliersi una giustificazione: “Nel corso dell’incontro – si legge – i relatori, dopo aver affrontato il tema dell’estensione della legge Mancino ai reati di omofobia e transfobia, hanno difeso a spada tratta la naturalità dell’unione tra uomo e donna minimizzando il problema dell’omofobia. Posizioni che hanno scatenato la contestazione del collettivo Altereva e di Arcigay che hanno bloccato l’incontro in segno di protesta.” Dal che si ricava che se qualcuno osa criticare l’applicazione della legge Mancino all’omofobia e alla trans fobia e addirittura arriva a difendere – senza spade: i relatori non le possedevano – la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio” fra uomo e donna, come recita l’articolo 29 della Costituzione, è giusto impedirgli di parlare.

Già sarebbe stato grave interrompere una manifestazione in piazza sul medesimo tema, magari piena di slogan ma povera di approfondimenti. A Casale Monferrato l’interruzione del convegno – non è un dettaglio – è avvenuta quando a parlare era il prof. Mauro Ronco, ordinario di diritto penale all’università di Padova, già presidente dell’Ordine forense di Torino e già componente del C.S.M.: il che vuol dire che i contestatori non erano stati disturbati da frasi a effetto, non volevano proprio che venisse trattato il tema da chi non la pensa come loro, pur con ragionamenti fondati su logica e scienza giuridica.

È possibile aggiungere, senza processi alle intenzioni, che la presenza del redattore de Il Fatto da un lato conferma il carattere preordinato dell’iniziativa – a prescindere da ciò che avessero detto, i relatori non dovevano parlare –, dall’altro che si contava su qualche reazione del pubblico per essere pronti, attraverso le riprese, a recitare la parte delle vittime. E la cosa non è riuscita.

 Gli attivisti e le attiviste del Coordinamento Torino pride Glbt, insieme col collettivo Altereva e con Arcigay meritano gratitudine. La loro impazienza è istruttiva: sì, impazienza; in fondo hanno anticipato con cartelli, urla e invettive quello che fra breve potrebbe essere scritto nelle sentenze. Bisogna essere loro grati perché, se ve ne fosse bisogno, hanno confermato nei fatti – concedendo quello che può essere definito un acconto – che, come il soggetto sociale realmente discriminato oggi è la famiglia, chi parla della famiglia come realtà di natura deve smetterla, con le buone o con le cattive. Con la consumazione di reati che resteranno impuniti o con norme di una legge liberticida che la Camera ha licenziato sull’onda di suggestioni irragionevoli. Sì, il gesto violento degli attivisti gay in una domenica di fine estate in una città di provincia, reso noto da un quotidiano ferocemente ostile ai principi naturali, può aprire gli occhi a chi finora sul punto ha piegato la schiena per quieto vivere. Come non dire loro grazie?


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