La santità è la chiave della continuità
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di Riccardo Cascioli28-04-2014 AA+A++

«Sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa». Questo passaggio di papa Francesco nell’omelia della messa di canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, può apparire scontato e perfino banale, ma in realtà è la chiave per capire ciò che unisce personalità tanto diverse e in che senso si parla di continuità, concetto su cui si dilunga giustamente Massimo Introvigne nell’articolo odierno.

La continuità di cui parliamo a proposito della Chiesa non ha infatti niente a che vedere con la “linea” di un partito o con le “tradizioni” di una tribù, ma è la fedeltà all’origine, cioè a Cristo. Il santo è definito proprio dall’adesione a Cristo, dall’immedesimazione con Lui, dal conformarsi a Lui: «Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me», dice San Paolo (Gal 2,20). Non è dunque un modello di perfezione, fosse pure morale, né una sorta di superuomo che fa tutte le cose giuste, ma un uomo vero la cui vita è dominata dal desiderio di Cristo. «Il santo è un uomo vero – diceva don Luigi Giussani – perché aderisce a Dio e quindi all’ideale per cui è stato costruito il suo cuore, e di cui è costituito il suo destino».

Per questo si può fare una festa unica e parlare di continuità per due personalità così diverse, che hanno anche avuto storie personali ed ecclesiali molto diverse e con approcci pastorali altrettanto diversi. E il discorso dei due Papi può allargarsi a tutta la storia della Chiesa. La continuità di duemila anni di storia sta in questo incessante ritorno all’origine scandito dal fiorire della santità.

Anche nell’Antico Testamento tutto il dramma del popolo ebraico è in questo allontanarsi e ritornare a Dio, all’origine. Così la storia della Chiesa: nei periodi di crisi sono i santi che “riformano” Chiesa e ordini religiosi. E la riforma consiste sempre in questo ritorno a Cristo, nell’adesione totale a Lui, anche se questa poi si manifesta in forme diverse, attraverso temperamenti diversi, con valutazioni storiche anche diverse. 

E’ anche ciò che rende affascinante la santità, e lo si vedeva dal milione e più di persone che ieri erano in piazza San Pietro e dintorni e che già dai giorni precedenti aveva invaso Roma e soprattutto le sue chiese. Non si era a celebrare delle star lontane dalla nostra vita quotidiana, ma uomini che avevano portato a compimento nella loro vita ciò per cui ognuno di noi è fatto, ciò a cui ognuno di noi si sente chiamato. Peraltro, proprio quella folla sta a dirci che la santità smuove il mondo, non è un fatto che si consuma al chiuso, ma esplode e genera un grande movimento.

La santità è per tutti, e i santi come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II non sono anzitutto dei modelli ma dei compagni di strada, delle guide che ci sostengono nel cammino comune verso il compimento del destino. Amici che possiamo pregare perché il nostro cuore non si perda.

Se nella società intorno a noi vediamo lo sfacelo, e anche nella Chiesa vediamo spesso trionfare la confusione quando non il tradimento, a maggior ragione non è il momento di perdersi in inutili intellettualismi o in guerre ideologiche, ma è il momento di chiedere con più forza la nostra conversione e il desiderio profondo di appartenere a Cristo.

 


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