La strage di copti è un messaggio: i cristiani devono scomparire dall'Egitto
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di Giorgio Bernardelli10-04-2017 AA+A++

La palma è rimasta insanguinata sulla panca della chiesa di San Giorgio a Tanta. Quasi a rendere vivo l'intreccio che ogni anno la liturgia propone tra l'ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme e l'inizio della sua Passione e Croce.

È cominciata ancora con le lacrime dei copti la Settimana Santa 2017. Certo, lo sappiamo bene: in tutto il mondo è scandito da troppe lacrime per i cristiani questo cammino verso la Pasqua. Ma quello dei copti in Egitto non è un Calvario come tutti gli altri. È la Via Crucis dell'ultima grande comunità cristiana rimasta in Medio Oriente, dopo vent'anni di persecuzione che hanno scosso e decimato prima i caldei in Iraq e poi le diverse confessioni cristiane in Siria. Ed è una lotta per la sopravvivenza che non ha praticamente conosciuto tregua dai pogrom del 2013, quando fallito il loro disegno di islamizzazione della società egiziana i Fratelli musulmani scatenarono la loro ira sui copti dopo la deposizione del loro presidente Mohammed Morsi, ad opera del generale al Sisi.

Oggi le minacce hanno il volto del Wilayat Sinai, gli alleati locali dell'Isis, che - esattamente come a Raqqa e a Mosul - dichiarano di voler cancellare la presenza dei cristiani anche dall'Egitto. Parzialmente nelle scorse settimane lo hanno già fatto nel nord della penisola del Sinai, con uno stillicidio di omicidi che ha portato centinaia di famiglie cristiane a fuggire da al Arish e rifugiarsi tra Alessandria e Ismailia. Nei giorni scorsi i vescovi copti avevano minimizzato l'accaduto, sostenendo che l'esercito egiziano stava riprendendo il controllo della situazione e che alcuni cristiani stavano già tornando ad al Arish. Ma quanto accaduto in questa domenica delle Palme mostra come queste dichiarazioni fossero un po' troppo ottimiste.

I morti di ieri (45 nel momento in cui scriviamo, ma c'è il rischio che il bilancio possa crescere ulteriormente) dicono infatti che il terrorismo islamista è in grado di colpire dove vuole i copti in Egitto. Se c'erano, infatti, due posti che in teoria si sarebbe potuto considerare sicuri erano proprio i due colpiti. Nella chiesa di San Giorgio a Tanta era stato infatti ritrovato un ordigno già qualche giorno fa e per questo era stato installato un sistema di videosorveglianza. Quanto a quella di San Marco, ad Alessandria, è il posto dove il patriarca Tawadros II in persona era giunto per presiedere la liturgia.

Si può girarci intorno finché si vuole, ma il dato di fatto è terribilmente chiaro: esattamente come quattro mesi fa - in occasione della strage avvenuta in vista del Natale nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, che si trova accanto alla sede del patriarcato copto al Cairo - chi ha colpito ha potuto contare su connivenze. Ed è riuscito a veicolare ai copti un messaggio devastante: non c'è nessun posto oggi in Egitto dovete potete sentirvi al sicuro.

Adesso al Sisi ha nuovamente promesso di mobilitare l'esercito nella difesa dei luoghi sensibili, tra cui ovviamente le chiese copte in occasione della Pasqua. L'imbarazzo è ovviamente accresciuto dal fatto che per il 28 e 29 aprile è atteso al Cairo papa Francesco, per quella visita sulla quale il presidente egiziano contava moltissimo per trasmettere l'immagine di un Egitto che rifiuta la logica settaria degli islamisti.

Certamente questo fatto di sangue rende le due giornate di fine mese col Pontefice ancora più decisive; è il sangue stesso di questi nuovi martiri a chiedere che l'incontro in programma all'università di al Azhar - il più importante centro dottrinale sunnita - non si riduca a una photo-opportunity con qualche bella parola di circostanza. L'imam al Tayyeb ha certamente compiuto passi importanti in questi anni contro il radicalismo; ma la partita all'interno di al Azhar resta ancora pericolosamente aperta. E l'appuntamento con il Papa deve diventare un'occasione di chiarezza.

Ma la strage di ieri ci ricorda anche un'altra cosa: nessuno ha interesse a parlarne, però è evidente che l'Isis in Egitto c'è. E incassa i dividendi di quanto i Fratelli musulmani per anni hanno seminato. Il Sinai sarebbe un ottimo terreno sul quale Trump e Putin - entrambi in ottimi rapporti con al Sisi - potrebbero combatterlo insieme, semplicemente tagliando ai jihadisti i ponti con Paesi che sono loro alleati. Basterebbe volerlo. E avere a cuore sul serio quei cristiani che, a colpi di tweet, dicono di voler difendere.


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