Le dimissioni e la riduzione modernista
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di Stefano Fontana14-02-2013 AA+A++

Nel frastuono di queste ore, dopo che il sistema comunicativo mondiale si è messo a centrifugare la notizia delle “dimissioni” di Benedetto XVI, credo ci sia la necessità di contrastare fin da subito – ma credo che la lotta durerà a lungo – l’interpretazione modernista di questo atto. Ne abbiamo avuto insigni esempi fin dai primi minuti e basta leggere i giornali di martedì 12 febbraio, ossia quelli della prima ora, per rendersi conto delle energie e delle truppe che questa interpretazione modernista intende mettere in campo.

Naturalmente, anche questa volta, l’interpretazione modernista più pericolosa è quella che nasce dentro la Chiesa, piuttosto che quella proveniente dal mondo laico. L’idea modernista è che con questo atto qualcosa è cambiato nella natura della Chiesa e nella natura del papato. Se il papato diventa una “carica a tempo”, se le forze fisiche e umane sono un criterio per misurare un Papa, se il Pontefice si comporta come una persona “normale” (Gian Enrico Rusconi su La Stampa) è evidente, afferma l’interpretazione modernista, che “cambia radicalmente lo status del pontificato romano” (Ezio Mauro su Repubblica). Ratzinger avrebbe quindi “desacralizzato” e “laicizzato” la funzione pontificale.

La modernità ha fatto della “debolezza” la propria caratteristica e nel Papa che considera tutta la propria debolezza l’uomo ha prevalso sul Pontefice. E’ così che l’interpretazione modernista legge i riferimenti alla “umanità” del gesto di Benedetto XVI. Quante volte abbiamo letto e sentito in queste ore nelle interviste televisive fatte all’uomo della strada un diffuso compiacimento perché il Papa ha riconosciuto di essere un uomo come tutti noi. Torna il grande tema della Chiesa che si fa mondo, della religione che si fa umanesimo: una delle più classiche vulgate della interpretazione conciliarista del Vaticano II.

Anche il Papa si fa compagno di viaggio e scende dal soglio. E infatti non sono pochi i tentativi di collegare la scelta di Ratzinger con l’interpretazione modernista del Concilio. Il Papa che fino a ieri era colpevole di aver tradito il Concilio ora viene esaltato come il realizzatore pieno del Vaticano II. Compresa la questione della collegialità episcopale: perfino questo è stato tirato fuori.
Domenico Rosati, per esempio, su L’Unità sostiene che c’è stato come un abbassamento del papato al livello dell’episcopato e le dimissioni di Ratzinger hanno fatto sentire in tutta la sua forza l’esigenza di un Sinodo permanente che si accosti al Papa nel governo della Chiesa.

Raniero La Valle, che non poteva mancare, ha detto che il gesto di Benedetto XVI “ha rimesso il Papa all’interno del collegio dei Vescovi, all’interno della Chiesa”. E’ perfino tornata in pista l’idea di un Vaticano III o, quantomeno, di Concili tematici come aveva proposto il cardinale Martini. Non solo la collegialità, ma anche l’ecumenismo è stato tirato in ballo.

Questo depotenziamento del primato di Pietro - è stato detto – non può che aiutare nei rapporti con i fratelli separati e riavvicina la Chiesa cattolica alle “Chiese sorelle”. Il cavallo di battaglia del modernismo è però, come si sa, lo storicismo, ossia il culto del nuovo. Le parole “rivoluzionario” e “inaudito” hanno avuto un gran mercato in queste ore.
Le dimissioni del Papa sono state apprezzate dalla corrente modernista prima di tutto per questo, perché sarebbero un fatto nuovo e inaudito, una novità capace di inaugurare un volto nuovo di Chiesa, un evento, insomma, che solo per il fatto di accadere diventa testo a se stesso. Sarebbe un nuovo incipit, da cui non si potrà più tornare indietro e che avrebbe influito già sull’imminente prossimo conclave, imponendo la scelta di un Papa giovane.

L’interpretazione modernista dilagante in queste ore è sbagliata. E’ sbagliata in due sensi: prima di tutto perché contraddetta da tutto Ratzinger, dal suo pensiero come teologo e dal suo insegnamento come Pontefice, secondariamente perché è contraddetta dalla dottrina della Chiesa. La natura della Chiesa e del Papato non sono cambiati e nessuna tesi conciliarista può insidiare il primato di Pietro finché Pietro è Pietro, anche se costui decide in coscienza e davanti a Dio, come previsto dal Codice di diritto canonico, di rinunciare al suo potere di giurisdizione.

La “desacralizzazione” del papato può essere frutto di una interpretazione modernista della scelta di Benedetto XVI, ma non di quella scelta. Non è vero che la modernità ha scelto la debolezza e l’umiltà, come avrebbe fatto il Papa in questo frangente. La modernità ha scelto l’onnipotenza e la libertà assoluta, cose molto diverse dal primato di Dio ribadito da Benedetto XVI.

La collegialità episcopale, secondo i lavori teologici di Ratzinger e il suo insegnamento da Pontefice, vanno intesi in senso verticale e non orizzontale e quindi hanno bisogno del Papa al di sopra di tale collegialità, come condizione per la stessa. Sarebbe proprio curioso che questo teologo-Papa volesse dare ora a questa sua scelta un significato opposto a quanto ha insegnato fino al giorno prima.

La novità delle dimissioni è senz’altro una novità, dato che non era quasi mai accaduto prima. Ma bisogna chiedersi se questa novità intacca la Tradizione della Chiesa. La risposta è no. Le dimissioni non cancellano otto anni di pontificato, in continuità con i pontificati precedenti, i cui insegnamenti e le cui indicazioni costituiscono la base per il nuovo Pontefice di prossimo arrivo. Il pericolo che Benedetto XVI sia visto solo come il “Papa della dimissioni” c’è e il modernismo ci si spenderà.

Ma i suoi insegnamenti rimarranno come una stella nel firmamento, come ha detto il cardinale Sodano. Credo che prossimamente si scatenerà una potente lotta tra questa tesi modernista delle dimissioni di Benedetto XVI e l’interpretazione fatta alla luce della Dottrina e della Tradizione della Chiesa.
Sono convinto che egli l’abbia previsto e che nel suo cuore di Pontefice ne abbia valutato il peso. A questa sua decisione mi inchino.
Nello stesso tempo ritengo importante non farsi sommergere dalla retorica del “gesto coraggioso” e di impegnarci a difendere, per quanto sta in noi, Benedetto XVI e i suoi insegnamenti dalla interpretazione modernista.


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