Le lettere ai giornali non sono Magistero
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di Antonio Livi26-09-2013 AA+A++

Dopo che alcuni organi di stampa hanno anticipato (24 settembre 2013) brani della risposta di papa Ratzinger alle critiche rivoltegli dal matematico Piergiorgio Odifreddi in un suo libro del 2011 (Caro papa, ti scrivo, Mondadori), molti cattolici, prima ancora di  poter leggere per intero il testo di papa Benedetto (che sarà pubblicato in appendice della nuova edizione del libro di Odifreddi), hanno manifestato stupore e sconcerto, soprattutto per la concomitanza di questo evento mediatico con quello che ha avuto come protagonisti papa Bergoglio e il giornalista Eugenio Scalfari.

Molti si chiedono perché anche Ratzinger abbia voluto dare tanta importanza a personaggi mediatici come Odifreddi, un denigratore sistematico della fede cristiana con le sue polemiche in televisione oltre che con i suoi articoli e i suoi libri, ma soprattutto un matematico che si ostina a pontificare su materie delle quali non è assolutamente competente (la storia civile e religiosa,  la metafisica, la teologia) senza coerenza logica alcuna. Altri si chiedono se, malgrado tutto ciò, non fosse più opportuno adottare il metodo di papa Bergoglio e rispondere agli attacchi di Odifreddi con umiltà, dolcezza e comprensione.

In effetti, i brani dello scritto di Ratzinger che sono stati pubblicati non mostrano un Papa disposto a rinunciare a ogni difesa della verità in nome di una pretesa istanza suprema che sarebbe quella del dialogo. Ma Benedetto XVI si rivolge a Odifreddi non tanto come il difensore della verità rivelata quanto come uno studioso (un teologo) che risponde alla critiche che gli sono state rivolte riguardo a dei testi scientifici da lui scritti sulla storicità dei Vangeli e sulle prove storiche della divinità di Cristo. È un dialogo tra scienziati, e tra scienziati il dialogo assume spesso la forma della polemica: a una critica si risponde con una contro-critica.

Quando Ratzinger scrive «mi sono meravigliato di una certa aggressività e dell'avventatezza dell'argomentazione», parla come uomo di cultura, come vero intellettuale, come  chi esige, giustamente, che le argomentazioni dell’interlocutore siano serene, costruttive e soprattutto non “avventate”, ossia non campate per aria. Benedetto XVI mette così l’accento sul difetto di fondo di chi, da parte anticattolica, si rivolge ai cristiani con toni aggressivi, arrivando a definirli tutti in blocco dei “cretini” (è questo il cavallo di battaglia di Odifreddi) e pretendendo di far loro accettare la superiorità intellettuale degli atei e dei miscredenti (“atei” e “miscredenti” non sono sinonimi) su quanti invece riconoscono l’esistenza di Dio (come già i pagani Platone, Aristotele e Plotino) e credono nella divinità di Gesù Cristo.

Ora, siccome tra i teisti e i credenti ci sono anche degli autentici intellettuali, questi non possono non reagire con indignazione di fronte alle accuse di irrazionalità rivolte loro da scienziati (come Odifreddi), filosofi (come Paolo Flores d’Arcais) e giornalisti (come Corrado Augias) che non hanno alcun argomento razionale da opporre a chi, ragionando correttamente, è giunto alla certezza che il mondo è creato da Dio e che Gesù è il Figlio di Dio fatto Uomo. Costoro, nella loro annosa e astiosa polemica anticristiana,  non hanno mai saputo fornire delle argomentazioni valide (né scientifiche né storiografiche né metafisiche) ma solo tanta vuota dialettica.

Ora, che un intellettuale cristiano finisca per reagire con indignazione di fronte ad accuse infamanti e infondate (“sotto la retorica, niente”) è comprensibile, e qualcuno (io, per esempio) può anche pensare che sia doveroso dal punto di vista dell’etica professionale. Ma che reagisca così un pontefice emerito, ossia un Pastore di così alto grado nella gerarchia ecclesiastica, è altrettanto comprensibile? Non avrebbe fatto meglio Benedetto XVI a tacere, oppure, se avesse voluto intervenire perché le critiche di Odifreddi lo riguardavano personalmente,  non avrebbe dovuto seguire l’esempio del suo successore, il quale si era rivolto a Scalfari (categoria giornalisti) con tono conciliante, evitando polemiche e concedendo dialetticamente tutto ciò che sembra si possa concedere a chi intende squalificare la fede cristiana?

Delle lettera di papa Francesco a Repubblica ho già parlato in questa sede, e ho spiegato che non si trattava di un atto di magistero ecclesiastico con il quale si voleva “cambiare la dottrina della Chiesa” (cosa impensabile) ma semplicemente di un gesto di riconciliazione, un tentativo di dialogo volto a ristabilire, se possibile, un clima meno conflittuale con l’opinione pubblica di orientamento laicistico, ossia anticattolico.

Nemmeno la lettera di Ratzinger può essere interpretata come un atto di magistero ecclesiastico. Si tratta, in ambedue i casi, di iniziative di carattere pastorale, con un significato sostanzialmente  apologetico, ossia di difesa della razionalità del cristianesimo e quindi della possibilità che anche i cosiddetti atei o miscredenti possano arrivate a riconoscere la fondatezza dei motivi di credibilità della fede cristiana. Insomma, si tratta, in ambedue i casi, di gesti dettati dai medesimi motivi pastorali, anche se guidati da differenti valutazioni di opportunità.

La teologia cattolica denomina questo genere di valutazioni “giudizi prudenziali” e chiarisce che tutta la prassi pastorale della Chiesa, a ogni livello, è governata da questo genere di criteri operativi, da questo tipo di scelte. Possono esserci tante scelte diverse, tutte ugualmente buone e meritorie perché animate dalla medesima intenzione di applicare con intelligente fedeltà la verità rivelata (il Vangelo), che di per sé è assoluta, alle situazioni concrete nelle quali ci si trova a operare e che sono logicamente relative ai tempi e ai luoghi, nonché alle risorse umane delle quali si dispone in quel momento.

Il che non toglie che la scelta di tono e di stile adottata da Benedetto XVI nel dialogare con l’ateo Odifreddi abbia lasciato sconcertati coloro che avevano notato il modo ben diverso con cui papa Francesco aveva dialogato con l’ateo Scalfari. D’accordo, non si tratta di una differente dottrina ma solo di una differente prassi. Ma proprio questo è il punto. Quale prassi è legittima? E, se sono ambedue prassi legittime, quale la più opportuna, la più confacente alla situazione della Chiesa nel mondo contemporaneo?

La risposta non la posso dare io e non la può dare nessun altro, anche se molto più autorevole di me, a meno che non ci si voglia esprimere in termini ipotetici, cioè non apodittici (l’errore di ogni estremismo, sia dei progressisti che dei conservatori, sta proprio nella pretesa di stabilire criteri apodittici in materie opinabili). Trattandosi di scelte dettate da valutazioni di tipo prudenziale (funzione della recta ratio agibilium), ogni iniziativa che nella forma e nella sostanza risulti compatibile con il dogma e la morale della Chiesa può essere adottata legittimamente, e chi opera queste scelte pastorali va rispettato dagli altri fedeli, liberi a loro volta di pensarla in modo diverso sull’opportunità di tali scelte.

Il disaccordo è legittimo, ma deve essere espresso con toni rispettosi, senza attentare all’unità nella fede e senza dogmatizzare quello che, appunto, è opinabile. Viene a proposito il saggio principio patristico: «In necessariis unitas; in dubiis libertas; in ommnibus caritas». E questo criterio, che è l'unico che si possa dire davvero cattolico, vale tanto per le opinioni teologiche (delle quali mi sono occupato sistematicamente con il trattato su Vera e falsa teologia) quanto per le scelte pastorali (come sono quelle dei papi che ritengono opportuno scrivere a dei giornali di orientamento laicista). Se quelle sono mere ipotesi di interpretazione del dogma, queste sono ipotetiche (possibili) applicazioni pratiche dello spirito evangelico.


 


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