L'effetto Bergoglio dice del nostro tempo
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di Rino Cammilleri23-06-2013 AA+A++

Continua e non sembra esaurirsi il provvidenziale «effetto Bergoglio», con adunate oceaniche ad ogni Angelus in Piazza San Pietro e confessionali che tornano a riempirsi. Gente che, dichiaratamente, era lontana dalla Chiesa da decenni, ha ripreso a frequentare i sacramenti ammaliata dalla figura del nuovo pontefice. I numeri statistici parlano chiaro e sono stati enunciati qui dal nostro Massimo Introvigne.

Questo papa gode della simpatia e del plauso universali, cosa di cui, come cattolici, non possiamo che essere felici. Anche perché papa Francesco non ha attenuato o pretermesso alcun punto della dottrina tradizionale, né pare intenzionato a spostarsi di un millimetro dalla linea tracciata dal suo predecessore Ratzinger.

Tuttavia, Benedetto XVI era un «papa teologo» e si rivolgeva soprattutto alla ragione. Francesco è un «papa parroco» e si indirizza direttamente al cuore. E’ dunque inutile nascondersi dietro un dito e non ammettere l’insuccesso del primo di fronte al successo clamoroso del secondo. Forse Ratzinger ha profeticamente (e mai termine fu più appropriato) intuito proprio questo quando ha deciso di fare un passo indietro per far posto a uno più «adatto» di lui al tempo presente. E i fatti gli hanno dato ragione. Solo che, a questo punto, occorre interrogarsi sul perché del flop di un papa teologo che cercava di rivalutare la facoltà della ragione umana e indossava il camauro, reggeva una croce d’oro e incoraggiava la comunione in ginocchio, approntava un terreno solido su cui impostare il dialogo con l’islam e puntava a restaurare la bellezza nella liturgia. E del pari chiedersi i motivi del successo mediatico di un altro papa, che indossa scarpe nere anziché rosse, porta una croce di metallo vile, scambia il suo zucchetto con quello di uno spettatore, “anima” la piazza con gesti sprizzanti gioia e simpatia umana, dice cose alla portata di tutti e dorme in albergo anziché nelle sacre stanze.

Se è questo il papa giusto per l’ora presente, allora vuol dire che è l’ora presente a costituire problema. Detto fuor dai denti: se uno non va più in chiesa, non si confessa più e non si comunica perché il parroco gli sta antipatico, ma torna dentro quando cambia il parroco e ne arriva uno di suo gradimento, costui è un infantile, perché solo i bambini accettano il cibo a condizione che venga loro somministrato su un cucchiaio a forma di aeroplanino.

Siamo dunque di fronte a una regressione antropologica senza precedenti nella storia e i conclavi futuri (lunga vita a papa Francesco, ma ricordiamoci che si avvicina già agli ottant'anni) avranno il loro bel daffare nel cavare dal loro ambito un papa che abbia come qualità precipua il fortissimo impatto mediatico.

Per duemila anni i cristiani hanno vissuto senza nemmeno sapere che faccia avesse il papa. Poi è arrivata la radio e ne hanno sentito la voce. Subito dopo, la televisione ne ha mostrato il volto e i gesti. Il primo a «bucare lo schermo» è stato Giovanni XXIII. Il vero talento in questo senso fu Wojtyla. Ora la palla è passata a Francesco, che mostra di avere ben capito la lezione. Dunque, forza e coraggio, perché ormai c’è bisogno di un papa che parli direttamente al popolo, entrando in tutte le case ed esprimendosi nella maniera più semplice possibile. Sulla testa delle conferenze episcopali, dei piani pastorali, dei cortili dei gentili, dei teologi e perfino delle omelie.

Forse il «papa teologo» parlava da intellettuale agli intellettuali. E questi, com’era prevedibile, lo hanno snobbato. Il «papa parroco» si è rivolto allora al popolo, parlando in modo semplice, da buon parroco, e la gente comune lo ha accolto.

Francesco, infatti, sta praticamente ripartendo da zero: siate buoni, ricordatevi che Gesù vi vuol bene, dite le preghiere e non sparlate del prossimo. Lo Spirito ha mandato il papa giusto per questi nostri tempi. Mala tempora. Tempi di barbari col telefonino. Tempi in cui ti linciano per una parola o una virgola. Mai come oggi l’evangelica «custodia della lingua» è stata necessaria, e non tanto per l’anima quanto per la pelle. E’ stato giustamente detto che la gente non vuole più maestri ma testimoni. Cioè, non sopporta più i primi ed è già tanto se accetta di almeno ascoltare i secondi.

Se le cose stanno così (e, ahimè, così stanno), noi apologeti, «operatori culturali» cattolici, possiamo andare a casa. Mi si consenta un aneddoto personale. La prova definitiva l’ho crudamente avuta mentre dicevo queste stesse cose a Radio Maria: un’ascoltatrice mi ha insolentito in diretta perché, secondo lei, avevo mancato di rispetto nei confronti del papa. E il direttore, padre Livio Fanzaga, ha poi ricevuto diverse lettere d’uguale tenore. Mah, speriamo che papa Francesco faccia presto a ricostituire il tessuto connettivo della cattolicità. Anche se a me personalmente non dispiaceva un Ratzinger che cercava di ricostituire il comprendonio dei cattolici. Ma io, e me ne scuso, sono un intellettuale.


1
Ott
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