Libertà di educazione, migliori risultati scolastici
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di Marco Lepore10-12-2012 AA+A++

Può sembrare davvero strano che proprio nei giorni in cui una nuova mazzata colpisce le scuole paritarie del nostro Paese, rischiando di determinarne la chiusura (“grazie” al regolamento che le obbliga al pagamento dell'Imu sempreché non pratichino rette pari a zero oppure solo simboliche), una notizia “bomba” sia stata sostanzialmente ignorata dai mass-media nostrani, con l'eccezione di Avvenire

Eppure lo studio “The Learning curve” (La curva dell'apprendimento), presentato ufficialmente a Londra nei giorni scorsi, è stato commissionato non dalla Cei o dal Vaticano, ma da un'azienda che più laica non potrebbe essere: si tratta di Pearson, il colosso mondiale dell'editoria didattica (in Italia Pearson comprende alcuni marchi storici come Paravia e Bruno Mondadori).

“The Learning Curve” mette a confronto 50 paesi in base a 60 diversi parametri: dai risultati dei test OCSE-Pisa e TIMSS agli investimenti governativi, passando per gli stipendi del personale docente e il rapporto alunni-professori, senza tralasciare indicatori economici come il tasso di occupazione dei diplomati/laureati, il reddito percepito e il benessere generale di ogni paese. In questo confronto l'Italia occupa il 24esimo posto, dopo la Germania (15esima) e gli Stati Uniti (17esimi), prima della Francia (25esima) e della Spagna (28esima).

Diversi organi di stampa, specializzati e non, ne hanno parlato, evidenziando in chiave polemica che L'Italia ha tra i suoi punti critici quello di investire meno di tutti in istruzione (9% della spesa pubblica); un po' meno è stato rimarcato un altro aspetto di rilievo, e cioè che i paesi che guidano la classifica (Finlandia e Corea del Sud), pur avendo sistemi educativi totalmente diversi, sono accomunati dalla grande importanza attribuita all'insegnamento: in particolare, entrambi reclutano gli insegnanti tra i migliori laureati, valorizzando poi con un adeguato riconoscimento sociale il loro ruolo.

Qual è, allora, la notizia “bomba” che è stata totalmente ignorata? Semplicemente questa: nel corposo dossier è scritto nero su bianco che “la presenza di scuole gestite da operatori privati produce un effetto significativamente positivo sul profitto degli studenti in Matematica, Scienze e Letteratura» e dunque “la concorrenza scolastica genera benefici reali per tutti”. Queste affermazioni così perentorie, per un sistema come il nostro ancora pesantemente caratterizzato da una politica scolastica statalista, rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco.

Il ricco documento approntato da Pearson mostra, numeri alla mano, (http://thelearningcurve.pearson.com/the-report/school-choice-and-accountability) come nei Paesi in cui viene offerta alle famiglie la possibilità di scegliere quale tipo di scuola far frequentare ai loro ragazzi, questi riportino risultati mediamente migliori nelle diverse materie.

Le ragioni sono molto semplici: un sistema in cui vige una concorrenza reale determina una competizione in termini di efficacia ed efficienza da parte dei diversi soggetti operanti nel settore. Concorrenza reale, però, significa consentire a tutti di scegliere davvero, non come accade da noi….

La conseguenza del ragionamento, infatti, è che in Italia bisognerebbe cambiare il rapporto tra Stato e scuole paritarie, e non certo nella direzione assurda dei tagli sempre presenti nelle ultime "leggi di stabilità" o, peggio ancora, del decreto sull'IMU al non profit, bensì consentendo alle famiglie, attraverso appositi meccanismi quali sgravi fiscali significativi, buoni-scuola ecc., una possibilità effettiva di scelta.

Lo studio di Pearson sottolinea anche un altro dato, importantissimo per un Paese come il nostro in cui la scuola paritaria è osteggiata proprio da chi si erge a paladino delle “classi operaie”: dalla possibilità concreta di scelta della scuola, scaturisce un beneficio che è maggiore proprio per gli studenti di estrazione socio-economica svantaggiata. È il caso, ad esempio, di Belgio e Paesi Bassi, dove le scuole private (spesso confessionali, tra l'altro) sono finanziate direttamente dallo Stato. Spiega “The Learning curve”: «Se sono presenti più istituti non statali, in modo che il settore scolastico non sia amministrato secondo il modello unico di una sorta di "monopolio di Stato", i Paesi hanno performance migliori».

Insomma, meno Stato e più libertà di scelta uguale migliore qualità scolastica e maggiore equità sociale.

 




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