L'Islam fa i conti col problema velo. Ancora una volta
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di Silvia Scaranari24-11-2016 AA+A++

Velo sì, velo no: problema plurisecolare nel mondo islamico che si interroga sull’abbigliamento femminile più consono alla natura propria della donna e al rispetto delle indicazioni coraniche al riguardo.

In questi giorni si è riaperta la querelle perché da un lato su una televisione canadese ha esordito una presentatrice velata e dall’altra uno scrittore maghrebino (l’anonimato è di rigore per la sua sicurezza) ha ripreso una discussione dell’Università al-Azhar del Cairo, uno dei più prestigiosi centri di elaborazione giuridica e teologica del mondo sunnita. Qualche tempo fa si è laureato con il massimo dei voti uno studente (oggi sheick) Mustafa Mohammed Rashid con una tesi in cui metteva in dubbio l’obbligatorietà coranica del velo. In verità già nel 2009 il quotidiano egiziano Al-Masri Al-Yom aveva riportato che Mohammed Said Tantawi, grande imam dell’Università al-Azhar, durante la visita ad un liceo, vedendo una studentessa che indossava il niqab (velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi) si fosse irritato e avesse ingiunto alla ragazza di toglierlo subito spiegando che era “un’usanza tribale estranea all’islam”. Lo stesso aveva poi chiesto al ministro dell’istruzione di proibire l’accesso alle scuole a chiunque indossasse il niqab, limitando l’uso di coprire il capo all’hijab (velo che lascia scoperto tutto il viso).

Ma il velo è o non è un obbligo coranico? La domanda è stata più volte riproposta nel corso della storia e non vi è mai stata una risposta univoca perché nello stesso Corano il problema è affrontato in modo incerto.

In genere si fa risalire la rivelazione al versetto 53 della sura XXXIII: a Medina, nell’anno 5 dell’Egira, dopo aver sposato sua cugina Zaynab, Muhammad non riesce ad allontanare i numerosi ospiti dalla sua casa, e decide di tirare una tenda (sitr) tra la parte della stanza ove restavano tre ospiti particolarmente invadenti, e la zona ove Zaynab attendeva le attenzioni del marito. Proprio in quel momento scese la rivelazione dell’hijab “Quando chiedete ad esse (le mogli del Profeta) un qualche oggetto, chiedetelo da dietro una cortina: ciò è più puro per i vostri cuori e per i loro”.

Il termine hijab viene usato più volte con significati del tutto diversi: come barriera che impedisce al credente di vedere Allah durante la rivelazione (XLII,51); come velo con cui Maria, la madre di Gesù, si riparò dagli sguardi indiscreti della sua gente (XIX,17); come barriera che separa i dannati dai beati nel giorno del Giudizio (VII,46). Vi è inoltre l’espressione “darabat al-hijab” cioè “ella mise il velo” che significa “sposò il Profeta” (XXXIII,59). All’inizio solo le mogli del Profeta potevano portare il copricapo per distinguerle dalle altre donne, in particolare dalle concubine, e riservare loro quindi un particolare rispetto da parte dei fedeli. E’ tuttavia attestato che durante la vita del Profeta non tutte le mogli obbedivano alla prescrizione coranica e certamente non sempre. Se ‘A’isha, la preferita fra le spose, usava portare il velo del suo matrimonio, altre non lo usavano affatto. E’ famoso l’episodio di Umm ‘Umara che durante la battaglia di Uhd combatteva vicino al Profeta e venne elogiata da lui per come usava la spada, la stessa che nel 634, sempre in combattimento, perse un braccio.

In senso ancora più generale il termine indica il “velo” della notte che avvolge il sole al tramonto (XXXVIII,32), o in senso mistico è il buio che ottenebra il cuore e i sensi degli empi (XLI, 5), è la materialità, la sensualità, la superficialità dell’uomo che crea una barriera alla verità divina che vorrebbe rivelarsi all’uomo e penetrare nel suo cuore ma ne è impedita dalla durezza e bassezza delle passioni terrene.

Come spesso accade più della dottrina, vale la consuetudine e il velo, inizialmente imposto solo alle mogli del Profeta, è stato esteso a tutte le donne musulmane libere. Indica il passaggio dall’infanzia alla pubertà per preservarne la purezza dagli sguardi indiscreti degli uomini

L’uso generalizzato del velo fu certamente un’influenza bizantina e romana dove l’abitudine al coprirsi il capo era tipica delle donne aristocratiche e infatti, anche presso i musulmani, a lungo non venne adottato nelle campagne dove le donne, dovendo lavorare duramente la terra, preferivano abbigliamenti che consentissero maggiore libertà di movimento. Solo lentamente il velo si impose come uso comune e anzi divenne gradatamente segno di distinzione e di appartenenza delle donne alla fede rivelata da Allah.

Alla fine del XIX secolo, in Egitto prima e poi in Medio Oriente, iniziò un movimento a favore della abolizione del velo che trovò nello scrittore egiziano Kh?sim Am?n il vero teorico della “emancipazione” femminile. Nel 1873, dopo l’apertura dei primi collegi femminili, alcune iniziarono a chiedere l’abolizione del velo e nel 1926 sarà Huda Sha‘r?wi Pash? la prima a presentarsi in pubblico a capo scoperto.

Oggi, al contrario, sono proprio le studentesse a chiedere e a indossare ostinatamente il velo in segno della loro appartenenza alla comunità islamica, talora in aperta sfida alle leggi statali come è accaduto in Francia qualche anno fa. Allo stesso tempo l’imposizione del velo è costume anche nei gruppi più conservatori o addirittura estremisti, in quei contesti sociali dove il salafismo si è largamente diffuso spesso non solo nella sua dimensione culturale e religiosa ma anche nelle sue espressioni più dure di contrapposizione violenta nel tentativo di rivendicare un ritorno alla purezza  delle origini. In famiglie di orientamento particolarmente rigoroso non è raro il caso di adolescenti costrette, contro la propria volontà, ad adottare il velo e non sono pochi i casi di ragazzine che escono di casa rigorosamente velate ma arrivano a scuola con i capelli al vento per poi rimettere il velo prima di tornare a casa. Qui si gioca il ruolo educativo della scuola: da una parte il doveroso rispetto verso il progetto educativo della famiglia e, al contempo, una delicata azione verso le famiglie perché sia favorita la libera scelta delle ragazze.

Ma il dato più significativo è un altro: nel XXI secolo si è assistito ad un ritorno  del velo con una particolare vivacità in Europa e nei paesi che all’apparenza più laicizzati: Tunisia e Turchia.

In Occidente molte ragazze indossano il velo, anche quando le madri ne fanno tranquillamente a meno, come segno di appartenenza ad una comunità, ad una realtà socio-religiosa che si contrappone alla società occidentale. Perché, in un mondo molto laico, dove tutte le religioni sono indifferentemente accettate, mentre si parla tanto di integrazione qualcuno sente la necessità di distinguersi, di identificarsi con una specifica religione e con una comunità? Perché negli Stati che avevano subito un processo di maggiore occidentalizzazione, come la Tunisia e la Turchia, oggi si assiste ad un ritorno significativo al velo?

Probabilmente proprio dove si fa più sentire la mancanza di valori, dove il relativismo è più diffuso, le giovani generazioni hanno bisogno di poter credere in qualcosa, di poter trovare qualcosa per cui valga la pena di spendere la propria vita e cercano di dimostrare questo bisogno anche con l’abbigliamento.


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