Londra, quando la sharia viene applicata nei tribunali
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di Stefano Magni27-03-2014 AA+A++

Silenziosamente e approfittando della distrazione generale per le crisi internazionali in corso, l’islam radicale ha fatto un grande passo avanti in Gran Bretagna. A dire il vero, sono gli inglesi che lo hanno fatto in sua vece. Infatti: la Law Society, l’ente che rappresenta i solicitor (avvocati indipendenti che introducono e preparano il processo), ha emesso le sue nuove linee guida, in cui vengono introdotti i principi della sharia (la legge coranica) in materia di eredità, quando il caso riguarda famiglie di religione musulmana.

Quando e se i tribunali britannici dovessero accettare ufficialmente le nuove linee guida, si tratterebbe, in assoluto, del primo caso di recepimento della sharia da parte di un corpo giuridico occidentale. Infatti, sin dal 2008, la magistratura britannica tollerava, ma non faceva propria, la presenza di corti islamiche che potevano svolgere un compito arbitrale in casi di diritto familiare e patrimoniale riguardanti cittadini britannici di fede musulmana. In questo caso, invece, saranno i solicitor britannici a dover recepire e applicare norme islamiche.

Le corti islamiche già in funzione sarebbero circa 85. Il condizionale è d’obbligo, perché solo una minoranza di esse è ufficialmente riconosciuta dalle autorità, mentre in molti altri casi, tribunali informali funzionano già da prima del 2008 nelle moschee e all’interno di assemblee familiari e di clan. Le corti riconosciute, sono autorizzate dall’Arbitration Act, che permette loro di mediare (non giudicare) in casi di dispute economiche, violenza domestica, dispute familiari e liti sull’eredità. Tribunali islamici veri e propri non ci sono, non sono legali, ma controllare tutte queste corti improvvisate, in quartieri in cui la stragrande maggioranza è musulmana, è un’impresa impossibile. E infatti avvengono già episodi degni dei regimi saudita e iraniano: nel novembre del 2013, una ronda di islamici radicali, in un quartiere orientale della capitale, sequestrava alcolici e aggrediva i “miscredenti” per implementare la sharia, a mo’ di polizia religiosa. Ovviamente i criminali in questione sono stati arrestati per vandalismi e aggressione. Ma altre forme di sharia, più edulcorate, sono entrate a far parte del sistema britannico, come gli “islamic bond”, titoli che implementano l’interesse 0 secondo la legge coranica, per incoraggiare gli investitori musulmani.

L’ultima mossa, quella delle linee guida per i solicitor, sarà dunque il recepimento di una realtà che già esiste sul campo, da anni, in base al classico argomento del “se lo fanno in tanti, vuol dire che è legale”, la versione democratica della legge del più forte. Perché cosa devono tener conto gli avvocati indipendenti britannici, d’ora in avanti, se il nuovo regolamento sarà approvato dalle corti? Dovranno accettare che l’eredità che spetta a una donna corrisponda alla metà rispetto a quella che spetta a un uomo. Dovranno cancellare una serie di formule legali e parole che non rispettano la tradizione islamica. I “bambini”, per esempio, non saranno menzionati, perché quelli "illegittimi", compresi i figli legalmente adottati, non avranno diritto ad alcuna eredità (e noi che ci preoccupavamo per la parificazione piena dei diritti dei figli naturali, nati al di fuori dal matrimonio…). Nel testamento dovrà essere certificata, da corti islamiche britanniche, la fede in Allah. Perché i non credenti saranno esclusi da eredità. I matrimoni contratti al di fuori della legge coranica, in chiesa o con rito civile, non saranno ritenuti validi, dunque si escluderà la vedova dall’eredità. Nei testamenti dei sudditi di religione musulmana, non conteranno più le persone nominate espressamente, ma i gradi di parentela. E si ammette la possibilità di uomini sposati più volte: dunque anche la poligamia, espulsa dalla porta del sistema legale britannico, rientra silenziosamente dalla finestra. Una moglie divorziata dal marito non sarà più sua erede: si dovrà dimostrare l’esistenza di un rapporto coniugale, nato da matrimonio islamico, fino alla data di morte del marito. Non si potrà più, neppure, fare donazioni ai figli di un erede defunto, perché ciò è vietato dalla sharia.

Le femministe cosa dicono? La baronessa Caroline Cox, membro della Camera dei Lord, ha scritto editoriali di fuoco, in questi giorni. «È la negazione di tutto ciò per cui ci siamo battuti. Le suffragette (le prime femministe che ottennero il suffragio femminile, ndr) si rivolterebbero nella tomba». Ma al di là di questa singola protesta parlamentare britannica, il mondo femminista europeo sembra totalmente distratto. Chi ha condotto le battaglie per ottenere quote rosa nelle aziende e in parlamento, una legge ad hoc contro il “femminicidio” e promosso campagne contro la violenza sulle donne, potrebbe mai accettare che i diritti delle musulmane britanniche vengano di colpo dimezzati? Attendiamo e vediamo. Il femminismo è internazionale. Ci attendiamo una mobilitazione anche in Italia. Scommettiamo che vedremo poco o nulla?

Una riforma simile, se dovesse affermarsi nella common law britannica, cambierebbe per sempre il volto della Gran Bretagna e specialmente delle sue comunità musulmane. Ora esiste un forte incentivo ad abbracciare l’islam, specie per i maschi. E, al contrario, sarà fortemente disincentivato l’abbandono della religione musulmana. Gli apostati britannici, non solo rischieranno la vita perché qualche zelante cercherà di ammazzarli (implementando la pena di morte per apostasia, riconosciuta solo dalla sharia), ma saranno penalizzati dalla legge, perché perderanno la loro eredità. Lo deve sapere chiunque cerchi di fuggire in Inghilterra da un regime islamico persecutore: a Londra non lo accoglierà più quella libertà che si aspettava di trovare, ma ritroverà, anche lì, i suoi stessi persecutori.


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