«L’utero in affitto? Il suo vero nome è schiavitù della donna»
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29-01-2016 AA+A++

Si chiama Anne-Sixstine Pérardel, è una giovane donna francese che di mestiere fa il “counselor in vita affettiva e sessuale”. A Parigi e dintorni riscuote successo, conferenze, seminari, incontri nelle scuole, al punto che nello scorso novembre ha partecipato al Simposio Internazionale organizzato in Vaticano sulle nuove forme di schiavitù. Tramite la Steadfast Foundation ha dichiarato la sua adesione al Family day di domani al Circo Massimo, l'abbiamo incontrata per parlare di alcuni temi che ha presentato anche in Vaticano in occasione del Simposio.

Dottoressa Pérardel, perchè la “maternità surrogata” è una forma di schiavitù moderna?

«Perché è una pratica di strumentalizzazione della donna, che viene considerata esclusivamente come uno strumento per produrre bambini. Questo lo si può toccare con mano semplicemente osservando le modalità con cui viene realizzata: parti cesarei obbligatori senza ragioni di sanità, condizioni di vita atroci durante la gravidanza (donne spesso parcheggiate in dormitori di paesi poveri), separazione del bambino dalla madre, a volte anche qualche mese dopo la nascita perché alle madri è chiesto anche di allattare il bambini nei primi mesi».

Il bambino viene strappato alla madre...

«La negazione di questo legame madre/bambino è causa di una sofferenza particolare, una forma di lutto atipico. La donna deve continuare la sua vita senza avere alcuna relazione con questo bambino che ha portato in grembo per 9 mesi, anche se lui è vivente. Sul web esistono video che mostrano in modo chiaro la sofferenza di queste donne. Si tratta di una duplice violenza, alla donna e al bambino: fisica e psichica. Occorre davvero opporsi a questa pratica prima che diventi un'usanza qualsiasi. A mio parere possiamo parlare di “prostituzione procreativa”, una donna pagata per un servizio, non sessuale, ma, appunto, procreativo»

Purtroppo dobbiamo dire che si tratta già di un vero e proprio mercato...

«Sì, da questo punto di vista anche il bambino è trattato come uno schiavo di cui si dispone interamente. La maternità surrogata appare davvero come un mercato di schiavi. All'inizio c'è un contratto che decide della vita di un essere umano, e le cifre si aggirano dai 45.000 ai 100.000 $ a seconda dei Paesi. Si procede secondo le “richieste” di chi commissione il bambino. Dietro ci sono diverse organizzazioni che fanno affari sfruttando la povertà delle donne per fare profitto. Alla fine la donna può percepire circa 5.000 $ in India, circa 30.000 $ negli Usa». 

Nei suoi incontri lei parla spesso di “transumanesimo”. Siamo già oltre l'umano?

«Secondo alcune teorie filosofiche si vorrebbe arrivare a un'umanità che crea sé stessa: più perfetta, più efficace, possibilmente immortale. Non solo transumana, ma qualcuno dice post-umana. Scienziati e medici sono i guru, la tecnologia è il mezzo. Così posso modificare me stesso, a seconda dei miei desideri del momento. La vera salvezza starebbe in questo presunto benessere che deriva dal rispettare i proprio desideri interpretati come fonte esclusiva di libertà. Il rischio è che se si prosegue su questa strada sarà il più forte a stabilire i criteri di perfezione (e i desideri) dietro cui sviluppare il progresso dell'umano. Magari i ricchi potranno “evolvere” nel post-umano, e i poveri? Beh, potrebbero finire come semplice materiale utile. L'orizzonte non è poi così lontano, pensate a clonazione, produzione di uomini geneticamente modificati, utero in affitto, etc».

E quale sarebbe la cause di questa situazione?

«Una su tutte: la perdita del senso di ciò che è un uomo. Si vuole un uomo come un ammasso indeterminato perché l'uomo è in quanto si deve costruire. Ma questo è negare la sua realtà! Credo che dobbiamo impegnarci per riconoscere il senso del limite, della finitezza. Io non posso fare qualsiasi cosa del mio corpo, ci sono cose che lo feriscono e lo attaccano nella sua dignità. C'è un'armonia da recuperare. C'è una fragilità da riconoscere».

Eventi come la francese Manif pour tous e il Family day italiano possono contribuire a sensibilizzare le persone, a farle riflettere una volta in più?

«È molto importante far conoscere ai governanti il pensiero del popolo, perché purtroppo c'è troppa distanza tra la gente e chi governa. Dimostrarsi uniti per una certa causa ha sicuramente un certo impatto. Sono molto felice che in Italia, a Roma, si organizzi un evento come il Family day e so che molti dalla Francia lo guardano con interesse. Certamente il confronto non termina con queste manifestazioni, ma queste manifestazioni possono aiutare a far crescere la consapevolezza. Credo che occorra investire soprattutto sull'educazione e sulla comunicazione, senza aver paura di  occupare spazi pubblici. Guardare lontano, senza dimenticare il presente».

di Lorenzo Bertocch


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