Metodo Renzi, creare specchietti per le allodole
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di Robi Ronza25-02-2016 AA+A++

Come la sua irresistibile ascesa dentro il PD dimostra, Matteo Renzi è un maestro nella conquista del potere. I suoi due anni da capo del governo confermano poi che egli è anche un maestro nella sua gestione; anche se in questo secondo caso stilarne un bilancio definitivo sembra ancora prematuro. Siccome dunque, almeno per ciò che si vede adesso, la mancanza di serie alternative induce a credere che egli sarà a lungo inquilino di Palazzo Chigi, diventa più che mai utile studiarne la tecnica di governo. Una tecnica che è riflesso, a nostro avviso, di un modo di essere informale nello stile ma autoritario nella sostanza.

A verifica di tale ipotesi prendiamo le sue due iniziative che più di tutte hanno fatto e fanno notizia, ossia la riforma costituzionale e il disegno di legge Cirinnà. Si tratta ovviamente di due iniziative di peso assai diverso: basti dire che, secondo i dati del più recente censimento nazionale, quello del 2011, le famiglie secondo natura sono 25,5 milioni mentre le convivenze omosessuali dichiarate sono poco più di 7500. Come ricorderemo più avanti, il disegno di legge Cirinnà non si occupa soltanto di questo, ma nella misura in cui le unioni omosessuali sono la sua bandiera diventa chiara l’enorme sproporzione tra l’entità del fenomeno e il peso che gli si sta dando, tenuto poi conto che un gran numero di queste 7500 coppie omosessuali dichiarate non mira affatto a un riconoscimento ufficiale.

Non è però di questo che vogliamo occuparci qui bensì della tecnica con cui Renzi fa procedere progetti di legge che gli stanno a cuore a prescindere  dalle attese e dal consenso della gente. Con la complicità di un sistema massmediatico che lo segue devotamente, il premier presenta un solo elemento del progetto, che evidentemente ritiene possa “funzionare” da un punto di vista appunto mediatico, lasciandone in ombra tutto il resto. Il contenuto proclamato diventa un po’ quello che in artiglieria si usava chiamare il “falso scopo”, ossia il punto in base a cui orientare il tiro per raggiungere però tutt’altro bersaglio.

È il caso della riforma costituzionale, spacciata come “riforma del Senato” che non riguarda né solo né principalmente il Senato: modifica infatti un terzo della Costituzione riportando il nostro Paese al centralismo dell’Italia liberale crollata nel 1921-23 sotto i  colpi del fascismo. Ed è pure il caso del ddl Cirinnà, ove la cosiddetta stepchild adoption è  soltanto uno dei dettagli di una nuova disciplina intesa a scardinare l’istituto familiare nel suo insieme. Non ci soffermiamo ulteriormente a descrivere l’effettivo contenuto dei due provvedimenti. Sulla sostanza della riforma costituzionale ci siamo già espressi più volte (clicca qui e qui), mentre per il ddl Cirinnà rimandiamo a quanto sulla Nuova BQ già bene ne scrisse Benedetto Rocchi (clicca qui).

Ci interessa qui sottolineare il metodo, che è obiettivamente truffaldino. Spinge infatti il dibattito pubblico a concentrarsi su un particolare lasciando in ombra il nocciolo della questione.

Il primo grande esempio di questo modo di fare è stato appunto quello della riforma costituzionale, che tornerà in scena dopo il voto sul ddl Cirinnà. In tale riforma ben più del nuovo assetto del Senato conta l’annichilimento complessivo delle autonomie locali, il centralismo, lo statalismo, il ritorno all’Italia dei prefetti. Così analogamente nel caso del ddl Cirinnà assai più della stepchild adoption, che vigendo una legge del genere verrebbe poi reintrodotta dalla magistratura, conta il suo impianto generale.

Fatto molto trascurato dalle cronache di questi giorni, tale disegno di legge non riguarda infatti soltanto le unioni omosessuali. Il suo testo si articola in due parti: il Capo I, “Delle unioni civili” e il Capo II, “Della disciplina della convivenza”. Quest’ultimo dà forma giuridica alla convivenza di fatto creando così un’ulteriore istituzione di tipo matrimoniale. Dal momento che in Italia, come dappertutto in Occidente, ci sono sia il matrimonio civile che il divorzio non si vede perché si debba poi dare un riconoscimento de jure a convivenze che liberamente è stato deciso fossero de facto. A meno che a ciò si punti più che altro con l’obiettivo di mettere in ombra l’unicità del matrimonio. Eppure di questo non si parla. 

È vero che oggi al giornalismo si chiede di essere soprattutto veloce anche a costo di non essere intelligente, ma è un triste segno dei tempi, segnati dal serpeggiare di tendenze neo-autoritarie, la docilità con cui i grandi media accettano di restare nel perimetro delle informazioni fornite dal governo senza prendersi la briga quantomeno di leggere per intero la documentazione disponibile. Urge allora il dovere di prendersi la responsabilità, sia come giornalisti che come lettori, di contrastare queste tendenze. È quello che, nei limiti delle nostre forze, facciamo qui. 

 


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